Torta alla bava – Il Fatto Quotidiano

Ieri Eugenio Scalfari ha compiuto 95 anni e noi ci associamo agli auguri più affettuosi. Quel traguardo, specialmente per un giornalista, si può augurarlo soltanto se è associato alla lucidità, alla salute e alla fortuna. E Scalfari le ha collezionate tutt’e tre. Come ricorda Carlo Verdelli, suo terzo successore a Repubblica dopo Ezio Mauro e Mario Calabresi, l’Eugenio “è nato nel 1924, mentre muore Lenin, San Pietroburgo diventa Leningrado, il Partito Fascista stravince le elezioni col trucco e uccide il socialista Matteotti”. Ha visto quasi un secolo, tre anni in più di quelli che riuscì a vedere il suo eterno rivale Indro Montanelli, nato nel 1909 e scomparso nel 2001. Ha fondato un quotidiano (per tacere dei settimanali) che ha cambiato il giornalismo italiano insieme agli altri due nati negli anni 70 (il manifesto e il Giornale). Ed è ancora lì a dire la sua. Non sempre siamo stati d’accordo con lui. Anzi, quasi mai. Ma è capitato: negli ultimi anni del berlusconismo, per esempio, almeno finchè inopinatamente Scalfari non riabilitò il Caimano, dicendo addirittura di preferirlo a Di Maio. Nei primi anni del renzismo. E poi subito dopo le elezioni del 4 marzo, quando il Fatto si batteva per un centrosinistra finalmente rinnovato che dialogasse con i 5Stelle, risparmiandoci lo spettacolo di Salvini al governo: Scalfari si ritrovò solo nel suo giornale e nell’intellighenzia progressista ad auspicare quell’incontro e quell’intesa, che invece non ci furono anche per colpa del suo mondo, non solo per la bile di Renzi. In quei giorni ci sentivamo ogni tanto al telefono, per stupirci reciprocamente della nostra sorprendente e momentanea convergenza di vedute. E pensavo a quant’è bello arrivare a quell’età con quella lucidità, quella salute, quella fortuna.

Ma ieri, leggendo i paginoni di auguri che gli ha dedicato Repubblica, ho pensato che ogni direttore, a una certa età, dovrebbe lasciar dette alcune cose ai colleghi, per evitare epiloghi spiacevoli. Tipo che, al compimento degli 80 o 90 o 95 anni, basta una bella torta alla panna con qualche candelina, ma per carità: niente fiori e, soprattutto, niente retorica. Purtroppo Scalfari se n’è scordato, e così ieri, accanto al bel corsivo sull’amicizia che gli ha dedicato Bernardo Valli, si è ritrovato una cascata di bave. Tipo l’elogio della sua barba a firma di un Francesco Merlo particolarmente ispirato, anzi posseduto dalla sua stessa lingua: “La barba era già il suo morbido carisma (radical chic?): folta e dunque accademica; imponente, nel senso di risorgimentale, perciò laica e autorevole; spirituale, come la barba di babbo Natale, del direttore buono”.

Ma anche “come quella (verde) del pescatore di Pinocchio”, senza dimenticare “Mosè”, insomma “il vello del Quarto Potere, il simbolo di una società ideale, il fitto filamento che trattiene il pensiero fluviale e danzante, il manto di una poderosa cosmogonia… un’icona italiana”, tipo “gli occhialetti di Gramsci e il naso aquilino di Dante”. Ma va’ a ciapa’ i ratt, direbbero a una sola voce Mosè, Pinocchio, Gramsci e Dante. Corrado Augias si avventura sul rapporto fra Scalfari e Dio, ma tutti sanno che la sua vera fede è d’Io. Infatti Massimo Giannini lo paragona a “San Paolo che non ha perso la fede”. Per Antonio Gnoli, è un incrocio fra Diderot, Montaigne, Nietzche e Leopardi. Paolo Mauri aggiunge altri “compagni di strada: Voltaire e Proust”. Perbacco. Natalia Aspesi ricorda le colleghe “molestatrici” in quei “tempi di YouToo” per “la devozione” al “per sempre Direttore”. Ezio Mauro lo descrive col giornale in mano mentre “cerca il Dna di Repubblica”: più che una ricerca, una caccia al tesoro. Simonetta Fiori saluta in Lui “il patriarca” che “regala ai lettori un’idea di mondo”, il novello Noè (ma non era Mosè?) che “dalla sua arca non è mai sceso. E ogni volta che le vele cedono, è in prima fila a tessere la randa”. Cazzi la randa, Fantozzi!

Ma il nostro preferito, senza offesa per gli altri, è Massimo Recalcati, che approdò a Repubblica quando Scalfari aveva già mollato da un pezzo. Ma lui è fatto così: s’imbuca, come alla Leopolda. L’incipit è di rara asciuttezza: “La figura di Eros è una presenza costante nelle sue parole. È forse un talismano?”. Ah saperlo. “Di qui il carisma particolare che circonda la sua persona” e “viene dalla forza propulsiva di Eros”. Hai detto niente. Qualcuno potrebbe sospettare che “sorga dalla compiutezza ideale di una vita” (chi di voi non l’ha pensato?). Errore blu: sorge “da una sovrabbondanza di energia e di forza”. C’entrerà di nuovo Eros? Indovinato! “Dalla passione di Eros”. Voi vi domanderete: “E da dove verrebbe questa passione?”. Ahi ahi, curiosoni! Ma Recalcazzola, in missione per conto di Eros, è lì pronto a soddisfarvi: la passione scalfariana non viene, come voi potreste pensare, “dal suo inguaribile narcisismo”, no! Egli infatti è umile e modesto. E nemmeno “da quella angoscia abbandonica che ha segnato la sua vita da bambino tremante di fronte alla possibilità di perdere uno dei genitori”: l’angoscia abbandonica, al massimo, può produrre una dipartita genitorica, che so, un funerale nonnico o un feretro proziico. Ma dietro questa passione, zucconi che non siete altro, c’è di più. E non lo dice mica solo Recalcazzola, no: “Anche Platone ci ricorda che Eros è figlio di Penia (povertà) e Poros (ricchezza), di una mancanza e di una sovrabbondanza”. E – come diceva Dante parlando con Pinocchio citando Mosè (o Noè, non s’è mai capito) – mo’ me lo segno. Ergo, tornando a Recascalfari, “la sua spinta ad allargare l’orizzonte del mondo viene dalla mancanza di cui si nutre”. E ho detto tutto. Anzi no. Caro Eugenio, auguri doppi per le due imprese compiute in un sol giorno: vivere 95 anni e sopravvivere all’annegamento in tutta quella bava.

Sorgente: Torta alla bava – Il Fatto Quotidiano

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