Si lavicchia – Il Fatto Quotidiano

Ogni tanto ci mettiamo nei panni degli studenti che assistono dalle tribune ai lavori parlamentari. E ci corrono i brividi nella schiena al pensiero del messaggio che possono trarne e portare con sé per il resto dei loro giorni. Se i docenti e i politici pensano di colmare così l’abisso che separa il Palazzo dai cittadini, soprattutto dai più giovani, è meglio che se ne inventino un’altra. Perché questa non funziona, o addirittura sortisce l’effetto opposto a quello sperato. E non tanto per gli scandalosi tassi di assenteismo, volgarità e pressappochismo che si registrano nei due emicicli, quanto per il linguaggio che vi si parla. Appena si sfiora il tema Giustizia, l’impressione non è di trovarsi in una seduta parlamentare, ma in un summit di mafiosi o di rapinatori che pianificano un colpo in banca. Perché nei paesi normali certe ossessioni non appartengono alle istituzioni, ma alle associazioni per delinquere. Oddio, qui arriva la pula. Mi sa che fuori della porta c’è la madama. Ho sentito un rumore strano nel cellulare, secondo me ci intercettano. C’è un’auto che mi segue, non vorrei essere pedinato. Girano strane voci di inchieste sulla sanità in Lombardia, qui ci vogliono fottere. Questi pm stanno diventando onnipotenti, bisogna fermarli. Siamo sotto assedio giudiziario, dobbiamo reagire. Stanotte mi sono svegliato tutto sudato: sognavo i carabinieri che venivano a prendermi. Non dirlo a me, ogni notte mi appare la Finanza. E io, allora? Vedo manette e sento sirene dappertutto.

L’altroieri a Dimartedì c’era B., che esercita nella politica italiana le funzioni didattiche svolte da Totò ne I soliti ignoti, con la vecchia cassaforte sul terrazzo, dietro i lenzuoli stesi (“Buongiorno brigadie’, come vede si lavicchia!”). Ed era sinceramente sgomento: “Floris, ma si rende conto che i 5Stelle hanno abolito la prescrizione?”. Ne parlava come di un diritto acquisito, più vitale dell’aria, dell’acqua, del lavoro, dell’istruzione, della salute, della pensione. Un ammortizzatore sociale. E non sembra, ma a parlare era un tre volte presidente del Consiglio. Intanto il leghista Edoardo Rixi, imputato per peculato nella Rimborsopoli ligure, con una richiesta di condanna a 3 anni e 4 mesi, dunque viceministro dei Trasporti, denunciava al Messaggero non meglio precisate “presenze del Movimento 5 Stelle nelle Procure”: ovviamente alludeva agli uffici dei magistrati (notoriamente grillini), perché al banco degli imputati ci pensano lui e i suoi amici. Il mese scorso il premier Conte e i 5Stelle hanno accompagnato alla porta il sottosegretario leghista Armando Siri.

Il noto patteggiatore per bancarotta fraudolenta è indagato per corruzione e soprattutto si è fatto beccare col sorcio in bocca mentre tentava di piazzare una norma ad personam per favorire l’azienda di un suo compare e di un imputato per mafia. Dunque non potrebbe stare al governo neppure in Botswana. Ma tanto è bastato perché in Parlamento scattasse l’allarme rosso per il pericoloso precedente: se passa il principio che un indagato in palese conflitto d’interessi perde la poltrona, siamo fottuti. A diventare un paese normale, si sa dove si comincia ma non si sa dove si va a finire. L’on. avv. Francesco Paolo Sisto (FI) s’è fatto portavoce del terrore dilagante, mettendo in guardia i colleghi: “È la prima volta che si revoca un membro del governo per una semplice informazione di garanzia. Noi non possiamo consentire che sia la magistratura a selezionare il governo, è di una gravità assoluta, significa che il nostro Paese è nelle mani di chi decide di indagare qualcuno! Ma ci vogliamo svegliare, in questo Paese? O vogliamo consentire che la politica, il Paese, la Costituzione siano nelle mani delle Procure? C’è una trasmigrazione del potere dell’inquisizione nella scelta della politica, come nelle peggiori tirannie che la storia ci abbia mai consegnato. Sveglia! Svegliaaaa!”. Applausi scroscianti dai banchi della Lega e delle opposizioni. Non sappiamo se c’era anche qualche studente, ad ascoltarlo. Ma sappiamo che, se c’era, si sarà domandato dov’era capitato: in un fumetto del Gruppo Tnt? O della Banda Bassotti?

Lo stesso spettacolo, moltiplicato per cento, è andato in scena nei dibattiti parlamentari sulla Spazzacorrotti e sul voto di scambio. Due leggi che dovrebbero preoccupare solo i politici che intascano mazzette e/o contrattano voti dai mafiosi in cambio di favori. Invece hanno suscitato ondate di sdegno sia nella Lega, che poi le ha votate entrambe per disciplina di governo, sia in FI e nel Pd, che le hanno fieramente respinte. Carlo Fatuzzo, fondatore del Partito Pensionati eletto con FI, ha dichiarato testualmente: “Con la legge sul voto di scambio rischiamo di trovarci tutti quanti a fare il Parlamento dentro la galera”. Gli ha fatto eco la forzista Giusi Bartolozzi, con la classica excusatio non petita: “Non sono tenuta a sapere se la persona che ho di fronte è o non è appartenente a un’associazione mafiosa”. Il compagno di partito Enrico Aimi ha paventato la trasformazione “di questa assemblea in una sorta di dottor Frankenstein del codice penale, al di fuori dei principi di civiltà”. E la pidina Monica Cirinnà ha tuonato contro la “nuova formulazione pericolosa”: ovviamente per chi scambia voti con favori ai mafiosi. Il fatto singolare è che il terrore coinvolge anche quanti mai commetterebbero un reato in vita loro: ce ne sono persino nel Parlamento italiano. Ma, non potendo mettere la mano sul fuoco per i vicini di banco, tremano lo stesso. Per conto terzi. Più invocano la presunzione d’innocenza, più diffondono la presunzione di colpevolezza. O perché sono colpevoli, e lo sanno. O perché sono innocenti, ma non lo sanno. E, nel dubbio, si sospettano da soli.

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