Romanzi d’evasione – Il Fatto Quotidiano

La sapete l’ultima? Craxi era un “romanziere”. E pure un “poeta ermetico”. La scottante rivelazione si deve al Corriere e al Messaggero. Il primo ha avuto in anteprima un brano del “thriller inedito di Craxi, curato dalla fondazione presieduta dalla figlia Stefania” e pubblicato da Mondadori (e da chi se no?). Il secondo lo ha recensito col rilievo che merita il Simenon socialista (definito “esule”), in un’intera pagina impreziosita da due liriche (anch’esse inedite) composte dal Petrarca di Hammamet e “trovate tra le sue carte dal figlio Bobo”. Ora, se questi capolavori letterari sono rimasti inediti per vent’anni, un motivo ci sarà. E chi vuol bene alla Buonanima dovrebbe porsi una domanda semplice semplice: perché Craxi non le ha mai né diffuse né pubblicate? E darsi una risposta altrettanto elementare: perché aveva il senso del limite e del ridicolo e non voleva svilire la sua notevole carriera politico-criminale con quella sottoletteratura di quart’ordine. Va detto infatti, senza tema di smentita, che sia il “romanzo thriller” sia le “poesie ermetiche” sono delle cagate pazzesche.

La prosa di Parigi-Hammamet è di una banalità e di una sciatteria imbarazzanti, roba che neanche un impiegato del catasto. E la trama, che il Messaggero promuove a “spy story” di “Bettino il romanziere”, “plot gonfio di trame e misteri, storie d’amore e di tradimenti, vendette e paure”, “romanzo che sembra avere una sua forza”, è un improbabile frittomisto di complotti internazionali di una Spectre russo-american-tedesca contro l’immacolato “Ghino”. Cioè Ghino di Tacco, lo pseudonimo che si era scelto Craxi (ovviamente un bandito). Quanto alle poesie, basta citare quella intitolata (non stiamo scherzando) “Contabilità”: “Lasciando le mie rime e i miei racconti a mezza strada/ eccomi a chiedere i conti del genere umano /per mettere sul gran libro Il Capitale/ io mi dedico agli scritti del giornale/ io passo dalla cassa della merce/ venduta in contanti /dignità, lealtà, sincerità /vecchio, stanco, a un tanto”. Roba da controllo antidoping o da perizia psichiatrica, che spiega perché Craxi tenesse quella robaccia nascosta nei cassetti: non poteva sospettare che quei geni dei figli l’avrebbero data alle stampe, contribuendo al suo definitivo sputtanamento postumo. Ora, prima che cedano a qualche settimanale la lista della spesa vergata di suo pugno, i suoi calzini usati e i fondi dei suoi caffè come le reliquie di Padre Pio, si spera in un bell’incendio doloso che incenerisca gli effetti personali rimasti. Ma, nel manicomio in cui viviamo, è improbabile che qualcuno provveda a quel gesto pietoso.

Ieri, per dire, La Stampa lacrimava perché “il Pd sarà l’unico assente ad Hammamet” alle “celebrazioni” del pregiudicato latitante e così “consegna Craxi alla destra” (testuale). E l’altroieri il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che non sembra ma è del Pd, ha pubblicato sul Foglio una pompa funebre a Craxi. Il titolo “E adesso diamo a Craxi quel che è di Craxi” ne ricorda uno celeberrimo di Cuore su Previti: “Diamo a Cesare quel che è di Cesare: la galera”. A 16 anni, invece di pensare alle ragazze, Gori stravedeva per Craxi “innovatore coraggioso” e “fu grazie a lui che divenni – e tuttora sono – un socialista liberale”. Il terzo fratello Rosselli. Poi purtroppo nel ’92 “arrivò la bufera”, detta anche “rivoluzione dei giudici” (meglio non parlare di Tangentopoli e di tangenti) e Craxi finì “all’indice come il peggiore dei ladri” (infatti rubava). E il piccolo Gori che fece? “Vacillai”. Perbacco: “non seppi leggere la torsione della democrazia nascosta dietro lo scontro tra i poteri” (cioè i processi per le mazzette che Craxi si faceva portare sul letto o versare sui tre conti svizzeri personali Northern Holding, Constellation Financière e Arano). Ora però ha capito e vuole “restituirgli un po’ di quello che da lui ho ricevuto” (il verbo “restituire”, applicato a Craxi, è decisamente affascinante). “Se ho le idee che ho”, tipo sulla “redistribuzione della ricchezza, lo devo a Bettino”. Che purtroppo di ricchezza ne redistribuì pochina, a parte i 40 miliardi nascosti in Svizzera e redistribuiti fra il barista Raggio, la contessa Vacca, il figlio Bobo (villa a Saint Tropez), il fratello Antonio, un’amante e soprattutto sé medesimo.

Insomma “Berlinguer aveva torto e Craxi aveva ragione” (Berlinguer, colpevolmente, non rubava). Che ideone “l’elezione diretta del presidente della Repubblica” (da un’idea di Licio Gelli), “la battaglia per salvare Moro” (trattando sottobanco con le Br), “quella della scala mobile” (abolita per scendere l’inflazione a spese dei lavoratori), “il no agli Usa sulla consegna dei terroristi dell’Achille Lauro a Sigonella” (con l’impunità al capo del commando Abu Abbas, mandante dell’omicidio di un ebreo paralitico, sottratto alla giustizia e spedito in omaggio a Saddam). E soprattutto “l’apertura alle tv private”: così Gori chiama pudico i due “decreti Berlusconi” per legalizzare l’illegalità delle tv Fininvest contro i sequestri dei pretori e la legge Mammì, tagliata su misura del monopolio berlusconiano e imposta da Craxi mentre B. gli sganciava 23 miliardi sui conti svizzeri di cui sopra. Ma Gori non ne parla, forse perché di quelle tv illegali fu per 17 anni dirigente e poi amministratore, con lauti stipendi pagati dal noto corruttore. Delle condanne di Craxi, invece, non s’è accorto: parla di “inchieste”, peraltro “strabiche” perché – tenetevi forte – “tutti sapevano, ma solo alcuni sono stati colpiti”, ergo Mani Pulite “fu un’operazione di giustizia politica”. Non male, come alibi: è come se un rapinatore di banche colto in flagrante pretendesse di non essere processato perché in giro è pieno di rapinatori a piede libero. Una minchiata che nessun rapinatore serio userebbe mai a sua discolpa: infatti la usa il compagno Giorgio Gori.

Sorgente: Romanzi d’evasione – Il Fatto Quotidiano

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