Poveri ladri – Il Fatto Quotidiano

Come si combatte la corruzione lo sanno tutti, almeno quelli che hanno studiato anche superficialmente la materia, oltre naturalmente a quelli che se ne occupano per professione (di scoprire e punire le mazzette, o di pagarle e intascarle). Avendo seguito, da giornalista, la più grande inchiesta sulla corruzione della storia occidentale, cioè Mani Pulite, ho scritto centinaia di articoli sulle poche norme di comune buon senso che servono. A partire da una vecchia battuta del professor Flick: “I protagonisti della corruzione sono due: Gustavo Dandolo e Godevo Prendendolo”. Anzitutto bisogna farla emergere, visto che è il delitto più occulto e clandestino che si possa immaginare. I furti d’auto e le rapine in banca, in casa e in gioielleria vengono tutti denunciati, sennò niente assicurazione, mentre le tangenti no: chi paga e chi intasca sono legati da un vincolo indissolubile di omertà, perché conviene a entrambi smazzettare in silenzio. Che fare?

1) Aumentare il rischio per chi tace (pene severe e certe, cioè galera sicura; multe salatissime; radiazione dagli appalti pubblici per tutti i condannati; e prescrizione bloccata al rinvio a giudizio) e azzerarlo per chi parla (impunità a chi dice tutto e subito, rivelando agli inquirenti ciò che essi non sanno e, se poi si scopre che ha taciuto qualcosa, stangandolo duramente): così si innesca una gara a chi collabora per primo. Se Gustavo Dandolo canta e si salva, Godevo Prendendolo non ha alternative alla galera: anche se denuncia il complice, arriva in ritardo, raccontando agl’inquirenti ciò che già sanno da quell’altro. E viceversa.

2) Se nessuno dei due parla, si può sperare nelle intercettazioni, ma è raro che scoprano qualcosa, perché il giudice può autorizzarle solo se ha già una notizia di reato, che sulla corruzione arriva di rado (salvo il caso di intercettazioni disposte per altri delitti che, strada facendo, smascherano anche un caso di tangenti). Ancor più raro il caso di testimoni (per esempio, Stefania Ariosto sui giudici corrotti da Previti con soldi e per conto di B.): di solito le mazzette non si scambiano davanti a terze persone. L’unico rimedio è infiltrare un agente che si finge corruttore per acchiappare pubblici ufficiali permeabili a certe proposte indecenti, o si finge corrotto e si mette all’asta aspettando chi offre di più (questi reati sono seriali: non si commettono una volta e basta, ma sempre, perché nell’ambiente si sparge la voce e nessuno può smettere, neppure volendo). È il famoso “test di integrità” che in America mette alla prova politici, pubblici ufficiali e amministratori.

Così si ripulisce lo Stato dal cancro della corruzione e si risparmiano miliardi. Ovviamente queste banalità sono stranote agli addetti ai lavori, soprattutto nel Paese dell’eterna Tangentopoli. Ma, in 26 anni, nessun governo di destra o di sinistra, politico o tecnico,  di larghe o di strette intese, ha mai neppure pensato di adottare queste misure. Anzi, tutti i governi non han fatto altro che leggi “Salva-ladri” per disarmare l’anticorruzione e riarmare la corruzione. Che oggi ci costa il decuplo che nel ’92. Perciò, una volta tanto, ha ragione Di Maio: non quando spiega l’esigenza della gestione pubblica dell’acqua col fatto che il corpo umano è fatto al 90% di acqua; ma quando definisce “rivoluzionario” il disegno di legge “Spazza-ladri” presentato dal ministro della Giustizia Bonafede: uno dei due o tre Guardasigilli in 30 anni che non è stato scelto da B., non è amico di B. e non lavora per B.&C. Ci sono il Daspo perpetuo per i condannati; la confisca dei beni anche per prescritti e amnistiati; l’agente sotto copertura; e la non punibilità per chi confessa tutto e denuncia tutti per primo. Per carità, si può sempre fare di più, come suggerisce il giudice Esposito a pag. 11. Ma, rispetto al passato, è manna dal cielo.
Basta vedere chi è contro. Non solo FI&Pd che, quando c’è da dare una mano ai ladri, non si tirano mai indietro. Ma anche la Lega, che dalla maxi-tangente Enimont ai 49 milioni rubati, non scherza. E poi i giornaloni e giornalini di ogni colore, schierati ciascuno a protezione degli affari e malaffari del proprio editore. Il Messaggero (Caltagirone) titola “Le garanzie travolte da una stretta inefficace”, temendo che la stretta sia fin troppo efficace. Libero (Angelucci) strilla allo “Stato di polizia”, terrorizzato dalla pulizia. Il Foglio (Mainetti) spiega che “la corruzione non si combatte così” ed “è illiberale” escludere i corruttori dagli appalti pubblici e “mettere in campo gli agenti provocatori che indicano a commettere reati” (il rag. Cerasa non ha ancora capito la differenza fra agente provocatore e infiltrato, che non induce nessuno a commettere reati, ma smaschera chi li sta commettendo, come del resto già si fa da anni per lo spaccio e il traffico di droga e molti altri delitti). Poi c’è Repubblica (Elkann-De Benedetti) che, nell’ansia di dimostrare che il governo giallo-verde sbaglia sempre e comunque per definizione, rinnega un quarto di secolo di battaglie. Infatti sostiene che “Il Daspo aiuta il patto dei corrotti” perché, “con la certezza di venire sanzionati a vita, per chi ha stretto un accordo corruttivo la spinta a tacere sarà più forte”. E intervista Bruti Liberati che chiede di “premiare i pentiti”. Ora, a parte l’assurdità di contestare le pene eccessive a corrotti e corruttori perché così non parlano più (nelle nostre galere, diversamente dal resto d’Europa, non c’è nemmeno un colletto bianco: quindi le pene oggi fanno ridere, ma nessuno parla lo stesso), a Repubblica e a Bruti sfugge un piccolo particolare: il ddl Bonafede, per la prima volta, premia proprio i pentiti della corruzione. Ma è tanto difficile ammettere che il governo ne fa una giusta?

Sorgente: Poveri ladri – Il Fatto Quotidiano

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