Patronaggio a rotelle

Per il decimo compleanno del Fatto, abbiamo iniziato un giro d’Italia che ci ha portati, come prima tappa, in Sardegna. Ad Alghero e a Cagliari. Due incontri molto partecipati con i nostri lettori e abbonati, quelli che compiono 10 anni con noi e quelli nuovi. Abbiamo invertito l’ordine tradizionale del dibattito: prima le domande del pubblico, poi le nostre risposte. Molte domande riguardavano la SeaWatch-3 e la capitana Carola Rackete. A spanne, anche alla luce delle lettere che riceviamo, possiamo dire che la comunità del Fatto si divide a metà. Una parte, più attenta al lato umano, simpatizza e solidarizza con questa donna coraggiosa e generosa, che potrebbe fare la bella vita e invece si batte per i suoi ideali, recupera migranti da barconi pericolanti in acque libiche e li porta in Italia (anziché negli altri porti sicuri più vicini) per creare l’ennesimo incidente col nemico Matteo Salvini, violando dichiaratamente una serie di leggi, regole e ordini, ma rivendicando la sua disobbedienza civile e accollandosene le conseguenze senza fuggire né piagnucolare (diversamente da Salvini, scappato dal suo processo con l’immunità ministeriale votata anche da lui).

L’altra parte, più sensibile alla legalità, non accetta che l’Italia resti il capro espiatorio dei ricatti libici e del menefreghismo europeo (con la beffa delle lezioncine di accoglienza da “partner” egoisti e spietati), teme che il ritorno delle Ong nel Mediterraneo provochi un altro boom di partenze, morti e sbarchi (come fino a due anni fa, prima che Minniti mettesse un po’ d’ordine in quella jungla d’acqua), distingue fra l’atto umanitario iniziale e le azioni illegali successive della Rackete, solidarizza coi finanzieri che hanno rischiato la pelle per l’attracco spericolato della capitana, resta incredula dinanzi all’avallo acritico offerto da alcuni parlamentari Pd&C., teme che la Sea Watch abbia regalato altri voti alla Lega e si rimette al giudizio della magistratura. Quasi tutti apprezzano il tentativo del Fatto di ragionare e distinguere, senza intrupparsi nelle opposte tifoserie della curva Sud della Capitana e della curva Sud del Capitano. Ora che la crisi è chiusa, la ricostruzione dei fatti deve prevalere sulle emozioni di quei 17 giorni convulsi. Partendo dalle regole dello Stato di diritto – Costituzione, Codice penale e Codice della navigazione – e da un dato incontestabile: gran parte delle simpatie Carola se l’è conquistata dichiarando la sua disobbedienza civile e dicendosi pronta a subirne le conseguenze. Ora che le subisce, è assurdo e anche un po’ ridicolo scandalizzarsene.

E gli appelli e i diktat lanciati da cancellerie straniere, politici e firmaioli nostrani perché la capitana venga “liberata” e assolta non hanno alcun senso (al pari dei titoli tragicomici, tipo quello di Repubblica su “Le prigioni di Carola”, manco fosse Silvio Pellico ai Piombi e allo Spielberg, anziché un’indagata ai domiciliari in un alloggio di Lampedusa). Così come le sparate di Salvini&C. che la vorrebbero “in galera” o condannata a “pene esemplari”. In Italia, per Costituzione, la magistratura è “indipendente da ogni altro potere”, che dunque non prende ordini né dalla Germania, né dalla Francia, né da Salvini, né dalle opposizioni di sinistra, né da scrittori, intellettuali e artisti vari; e “l’azione penale è obbligatoria” su ogni notizia di reato. Ora, di notizie di reato la Procura di Agrigento ne ha raccolte parecchie (resistenza a nave da guerra, disobbedienza al divieto di sbarco e tentato naufragio): infatti ha arrestato Carola in flagranza, sia pur con la misura cautelare attenuata dei domiciliari. I salviniani decreti Sicurezza non c’entrano nulla con i reati contestati (esistono dalla notte dei tempi in ogni ordinamento democratico) e il governo non ha avuto alcun ruolo nella decisione del pm. Poi la parola è passata al gip, che ha interrogato l’indagata, ha sentito i suoi avvocati che chiedevano la revoca di ogni misura cautelare e i pm che ne invocavano una ancor più blanda (il divieto di dimora). Alla fine ha deciso per la scarcerazione tout court, escludendo alcuni reati e scriminandone altri per motivi umanitari. Ma l’indagine prosegue e forse seguirà un processo. Il fatto che Carola sia libera non significa né che sia innocente né che sia colpevole: solo che il pm ravvisava gravi indizi di colpevolezza e almeno uno dei tre pericoli che giustificano una restrizione della libertà in fase d’indagine (fuga, inquinamento delle prove, ripetizione del reato), mentre il gip ha deciso diversamente.

Il pm che ha arrestato Carola è lo stesso Luigi Patronaggio che voleva processare Salvini per sequestro di persona. Non proprio una toga verde, anzi un idolo dei firmaioli pro-Ong e anti-governo. Poi è bastato che, in base a elementi piuttosto evidenti, smentisse Carola sullo stato di necessità del suo sbarco proibito (i migranti erano in buona salute e assistiti dai medici: quelli a rischio il governo li aveva già fatti sbarcare da tempo) e sull’involontarietà dello speronamento della piccola motovedetta della Gdf (i filmati e le tecniche di manovra dicono l’opposto), per trasformarlo in un nemico del popolo e in una voce da tacitare. Il noto faro di legalità Adriano Sofri e altri giuristi per caso hanno persino sostenuto che, al molo di Lampedusa, fuori posto non era la SeaWatch illegalmente sbarcata, bensì la motovedetta dei militari che per legge hanno l’obbligo di impedire l’attracco a imbarcazioni non autorizzate intimando l’alt e che, per compiere il proprio dovere, hanno rischiato di fare una brutta fine. Poi è bastato che ieri Patronaggio muovesse alcune critiche al dl Sicurezza per tornare l’eroe della Curva Sud della Capitana e il nemico della Curva Sud del Capitano. Ma cos’è, il Bar Sport?

Il fatto quotidiano

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