Mussolini o Ridolini? – Il Fatto Quotidiano

Come si affronta Salvini? Chi vuole evitare di ritrovarselo a Palazzo Chigi dovrebbe riflettere sulle strategie finora adottate per combatterlo. Sempreché, s’intende, ritenga che sia davvero lui l’avversario più insidioso da battere. Il che non è affatto scontato, neppure nel centrosinistra che tuona contro il “populismo” e il “sovranismo” prima e dopo i pasti. La buonanima di Renzi l’ha detto chiaramente un mese fa: “Il mio no al contratto di governo con Di Maio ha distrutto i 5Stelle”: a parte il fatto che proprio distrutti ancora non sono, Renzi fingeva di non vedere che l’aver regalato a Salvini il palcoscenico del governo ha contribuito a raddoppiare i consensi alla Lega. Il suo è stato un lucido e cinico calcolo per rafforzare la destra peggiore (dopo il tramonto di B., s’intende) nella speranza che, prima o poi, gli elettori fuggiti si spaventassero e tornassero all’ovile. Esperimento finora fallito, visto che al momento non ne è tornato nemmeno uno. Il guaio è che – consapevolmente o meno – il centrosinistra da una parte e i 5Stelle prendono Salvini terribilmente sul serio. Sinistra e Pd lo trattano come la reincarnazione del Duce, che poi è il suo sogno: passare per l’uomo forte sul cui carro i pochi nostalgici del fascismo e i tanti opportunisti fanno a gara a saltare. Col vantaggio aggiuntivo di poter sbeffeggiare la vecchia sinistra che insegue i fantasmi del passato e seguita ad agitare e frusti spauracchi: fino a prova contraria gl’italiani continuano a votare liberamente, i media non sono controllati dal governo (anzi) e nessuno vede marce su Roma, squadracce leghiste, guerre coloniali (almeno italiane: semmai francesi), leggi liberticide o razziali, oppositori agli arresti o al confino.

I 5Stelle, fino a un mese fa, tremavano all’idea di contraddire Salvini, per paura che facesse cadere il governo, tornasse nel centrodestra e li lasciasse in mutande senza alleati alternativi. Il che li ha portati a scelte scellerate, come il salvacondotto sulla Diciotti, e indeboliti sul piano politico e mediatico: in Parlamento e al governo facevano quasi tutto loro, ma la scena la occupava lui, un po’ per i 27 anni di esperienza politica, un po’ per la scelta del Partito degli Affari e dei suoi giornaloni di puntare su di lui per salvare il salvabile dell’Ancien Régime. Ora, dopo le batoste alle Regionali e il calo nei sondaggi, il M5S ha preso a rispondergli colpo su colpo, sottolineando e allargando le distanze su molti punti. È il gioco che faceva Bossi nel ’94, quando fu costretto ad allearsi con B. per non esserne fagocitato, ma nel suo primo governo gli fece vedere i sorci verdi con attacchi quotidiani.

Tant’è che gli antiberlusconiani guardavano più al Senatur che alla sinistra come argine al Caimano. E fu proprio Bossi a sfiduciarlo con un memorabile discorso alla Camera, il 21 dicembre ’94. Dopodiché D’Alema fu abile (per l’unica volta nella sua carriera) ad appoggiare un governo sinistra-Lega presieduto da Dini, per dare al Senatur il tempo di resistere alla campagna acquisti berlusconiana e di presentarsi da solo alle elezioni del 1996: lì il Carroccio toccò il massimo storico del 10% e propiziò la vittoria dell’Ulivo, del tutto inimmaginabile solo due anni prima. Cosa può insegnare la storia del 1994-’96 agli avversari del nuovo uomo forte d’Italia? Intanto che in politica devi sceglierti un solo nemico e diventare amico di tutti i suoi nemici. Eppoi che non sempre la demonizzazione totale e frontale è la migliore arma per combatterlo: Bossi, fra il ’94 e il ’99 (quando tornò ignominiosamente a Canossa, anzi ad Arcore, e fu la sua fine) aveva la straordinaria capacità di dare a B. del mafioso e del corruttore (ben prima delle sentenze su di lui e su Dell’Utri), ma soprattutto dell’“incapace”, “affarista”, “mezza cartuccia”, “pagliaccio”. Gli rideva in faccia, lo trattava come un personaggio tragico, ma non serio. Lo chiamava “Berluskaz”, “Berluskaiser”, “Berluscoso”. Usava immagini sarcastiche: “Quando lui piange, fatevi una risata: vuol dire che va tutto bene, che non ha ancora trovato la combinazione della cassaforte”. B. lo convocava nella sua villa in Sardegna con i maggiordomi in livrea e lui si presentava in canottiera. Aveva colto i suoi talloni d’Achille e lo colpiva proprio lì: nel superego, nell’ansia di passare alla Storia da statista, nella voglia di essere amato e preso sul serio da tutti.

Infatti a B. non davano fastidio le critiche ideologiche della sinistra al “Cavaliere Nero” e allo “sdoganatore dei fascisti”, anzi faceva di tutto per attirarle. Soffriva gli articoli del suo ex amico Montanelli, che lo trattava da “guappo di cartone” e raccomandava: “Guai a prenderlo sul serio, va trattato con tutto il disprezzo che merita”. E pativa la satira, tant’è che l’editto bulgaro partì dall’ostracismo a Luttazzi. Ora, per contrastare Salvini, varrebbe la pena usare le stesse armi: non la demonizzazione fuori tempo e fuori luogo di chi lo dipinge come “nuovo Mussolini” o “ministro della malavita”. Ma una sana presa in giro del miles gloriosus tutto chiacchiere e divise, del Grande Twittatore che non metteva piede al Parlamento europeo e ora si fa vedere di rado al Viminale. I palloni gonfiati si affrontano sgonfiandoli. L’unica che pare averlo capito è Virginia Raggi, che risponde ai suoi assalti quotidiani al Campidoglio con brevi video ironici: gli spiega il debito di Roma con le molliche di pane e gli dice “se tu sei Batman perché ci hai mandato 136 agenti, io che ne ho assunti mille sono Wonder Woman”. Ma anche Giovanni Floris: l’altra sera Salvini ha detto che “tra il suo pubblico ci sono dei delinquenti” e lui ha risposto “Anche tra i suoi elettori”. Il modo più serio per prendere sul serio Salvini è non prenderlo sul serio. Trattarlo, più che da nuovo Mussolini, da nuovo Ridolini.

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