Memento Renzi&B. – Il Fatto Quotidiano

Quando nacque il governo Conte, il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti, politico accorto e navigato, regalò al suo vicepremier e leader Matteo Salvini una foto di Matteo Renzi, da tenere sulla scrivania del Viminale come monito imperituro sulla caducità del consenso. Appena cinque anni fa il neopresidente del Consiglio Renzi, sulle ali degli 80 euro, trionfava alle Europee portando il Pd al 40,8% (cifra mai toccata da un partito italiano dopo la Dc degli anni 50), laudato e riverito da tutti come l’Uomo della Provvidenza che avrebbe governato l’Italia per almeno 20 anni: ora è un relitto umano e politico che, per far parlare di sé, fa causa ai rotoli di carta igienica con la sua faccia. La stessa cosa, ma in vent’anni anziché in quattro, era accaduta a Silvio B. Ancora dieci anni fa il centrodestra, saldamente nelle sue mani, pareva destinato a dominare incontrastato per chissà quanto tempo. Rivinte per la terza volta le elezioni nel 2008, col Pd di Veltroni all’opposizione (cioè senza opposizione), toccò l’apice del consenso, e non solo nell’Italia di centrodestra, proprio il 25 aprile 2009. Erano trascorse appena tre settimane dal terribile terremoto in Abruzzo (con 309 morti, 1.600 feriti e 80 mila sfollati), aggravato dalle inefficienze della Protezione civile che aveva fallito sulla prevenzione, malgrado le avvisaglie di sei mesi di sciame sismico. Ma il monopolio mediatico aveva consentito al Caimano di volgere tutto quel disastro e quel dolore a suo favore, con quotidiane passerelle sulle macerie a braccetto con Bertolaso, culminate nell’incredibile G8 traslocato in extremis da La Maddalena a L’Aquila.

Fu allora che, per cogliere l’onda, B. contravvenne al suo storico assenteismo dalla Festa della Liberazione (all’epoca il partito antifascista, nel centrodestra, era la Lega di Bossi). E si presentò a Onna, il comune abruzzese più devastato, travestito da partigiano con tanto di fazzoletto rosso al collo, per un comizio tutto finto che però sortì l’effetto sperato. Uno spiacevole fuorionda, immortalato da una telecamera rimasta accesa, colse una frase del premier non proprio degna di uno statista, durante la foto di gruppo con i vigili del fuoco e i volontari trentini: “Posso palpare un po’ la signora?”. La signora era Lia Beltrami, 41 anni, sposata con due figli, assessore Udc alle Pari opportunità della Provincia di Trento, che restò pietrificata. Ma la cosa non fece notizia: ci voleva altro per turbare il clima di “pacificazione” dopo 15 anni di presunta “guerra civile”. Non sapendo come fargli opposizione, per non averci mai provato, il Pd aveva una gran voglia di mettersi d’accordo.

Scaricato Prodi senza tanti complimenti, Veltroni predicava la “legittimazione reciproca” con quello che chiamava “il principale esponente dello schieramento avversario” e il “dialogo sulle riforme istituzionali” da fare “insieme”. E la stessa linea sosteneva, dopo le sue dimissioni, il neosegretario Dario Franceschini. Esponenti di spicco come Giuliano Amato e Franco Bassanini accettavano l’invito del sindaco fascista di Roma Gianni Alemanno a entrare in una “Commissione Attali” bipartisan, versione all’amatriciana di quella creata l’anno prima da Sarkozy con i socialisti francesi, per “lavorare insieme” (per il Pd, evidentemente, Alemanno era meglio di Marino e della Raggi). Insomma, c’era una gran voglia di inciucio, tipo Bicamerale anni 90. Gli ingressi di Villa San Martino, Palazzo Grazioli e Villa Certosa erano affollatissimi di cortigiani sgomitanti. Anche il gruppo Repubblica-Espresso, dopo tante battaglie, seguiva il Pd nella linea dell’appeasement accreditando la leggenda metropolitana di un Cavaliere “nuovo”, “cambiato”, quasi uno “statista” ormai libero da pendenze giudiziarie (aveva solo tre processi) e pronto a sacrificarsi per il bene esclusivo della Nazione, dialogando con le opposizioni sulle “grandi riforme” sotto lo sguardo benedicente di Re Giorgio Napolitano, santo patrono e protettore di tutti gli inciuci.

Il 26 aprile, su Repubblica, Eugenio Scalfari salutò festoso la “svolta di Onna”: “È caduto il muro che aveva fin qui impedito a quella ricorrenza di diventare una data condivisa da tutti gli italiani. Il merito di questo risultato spetta a Silvio Berlusconi, al discorso da lui tenuto ad Onna ed anche – diciamolo – a Dario Franceschini, che ha incitato il premier a render possibile un evento così importante… Con il suo discorso di Onna, Berlusconi ha scelto di… dare atto che Liberazione e Resistenza sono stati un tutto unico dal quale è nata la nostra Costituzione repubblicana, fermo restando il rispetto per tutti i caduti, anche di coloro che in buona fede scelsero la parte sbagliata… ed è quindi doveroso dargliene atto… Berlusconi ha raggiunto un livello di consenso che gli impone di proporsi come il rappresentante politico di tutti gli italiani, quelli che lo amano e quelli che non lo amano, quelli che hanno fiducia e quelli che ne diffidano, quelli che condividono il suo ‘fare’ e quelli che l’avversano. Noi siamo tra questi ultimi ma riconosciamo che una svolta è stata compiuta, sia nella valutazione storica della Liberazione e della Resistenza, sia nel riconoscimento dei principi sui quali si regge la Costituzione… Bisogna ora vedere se i seguiti saranno conformi al nuovo inizio e intanto rallegrarsene. Dunque tutto bene? Il tessuto democratico del paese si è rafforzato? Si aprirà finalmente una dialettica operosa tra governo ed opposizione?”. E, se questo era Scalfari, figuratevi cosa scrivevano i giornaloni più “moderati”, dal Corriere della Sera a La Stampa, dal Sole 24 Ore al Messaggero. Il Financial Times, a proposito dell’informazione italiana su B., parlò di “un’adulazione vicina ai livelli nordcoreani”. E fu proprio contro quel sudario di servilismo e conformismo da pensiero unico che, in quei mesi, nacque il Fatto Quotidiano.

Intanto però, per B., l’aria cambiò rapidamente. E tutto quel consenso cominciò a tramutarsi lentamente in dissenso. Proprio all’indomani di Onna, il 26 aprile, si venne a sapere che B. aveva candidato dieci fra veline e aspiranti tali nelle liste di FI per le Europee di maggio, previo corso intensivo di formazione (ben tre giorni di lezioni serali) sulla Ue, con docenti e ammaestratori di chiara fama come Brunetta, Frattini, Verdini e La Russa. E due giorni dopo la sua signora, Veronica Lario, in una dichiarazione all’Ansa definì quelle candidature “ciarpame senza pudore”. L’indomani B. dovette fare retromarcia, “scandidando” quasi tutte le girl, tranne Barbara Matera, ex “letteronza” della Gialappa’s Band.

Ma intanto Repubblica rivelò che il 26 aprile, di ritorno dall’Abruzzo, B. aveva festeggiato in un equivoco ristorante di Casoria il 18° compleanno di tal Noemi Letizia, che lo frequentava da quattro anni e lo chiamava Papi. E Veronica annunciò, su Repubblica, il divorzio: “Mio marito è un uomo malato, frequenta minorenni, vergini che si offrono al drago”. A maggio, le foto del reporter Antonello Zappadu svelarono gli allegri festini a Villa Certosa con decine di ragazze, anche aviotrasportate su aerei di Stato. Eppure, alle Europee, il Pdl (FI+An) superò il 35% e il centrodestra, con la Lega e l’Udc, dilagò oltre il 51%. A giugno il Corriere rivelò l’inchiesta su Gianpi Tarantini per un giro di escort, Patrizia D’Addario e altre, recapitate al premier a Palazzo Grazioli. E fu l’inizio della fine, sopraggiunta nel 2011 al seguito di altri scandali giudiziari (il caso Ruby su tutti) e disastri politico-finanziari.

Perché oggi ci tornano alla mente le elezioni europee del 2009 e del 2014? Perché al posto di Salvini, accanto alla foto-monito di Renzi, terremmo sulla scrivania anche quella di B. E la sera del 26 maggio, nell’ora del suo prevedibile trionfo in Europa, una grattatina ce la daremmo.

Sorgente: Memento Renzi&B. – Il Fatto Quotidiano

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