L’età della pietra – Il Fatto Quotidiano

La rapida e vorticosa regressione del dibattito pubblico verso l’età della pietra, con tutto il rispetto per l’Uomo di Neanderthal, non è solo colpa dei social populisti e sovranisti. Ma anche dei loro presunti avversari, perché è il frutto di un impazzimento collettivo, che coinvolge anche chi dovrebbe fornire all’opinione pubblica gli strumenti logici e fattuali per farsi un’opinione informata e corretta: gli intellettuali e i giornalisti, sempre più prevenuti ed embedded nell’una o nell’altra banda. La settimana scorsa, quando il Minculpop renziano mise alla gogna la casa del privato cittadino Formigli che l’aveva pagata con soldi suoi, ma aveva osato chieder conto al politico Renzi della sua villa acquistata col prestito di un imprenditore da lui nominato a Cdp, ci è toccato spiegare un principio elementare che davamo per scontato e condiviso, e che invece pareva improvvisamente dimenticato o controverso: per i politici e gli altri pubblici ufficiali non esiste privacy su vicende di interesse pubblico. La stessa sensazione di dover ripartire ogni volta dall’Abc, anzi dalle aste, accompagna il dibattito pro o contro il processo a Salvini per la nave Gregoretti.

Come la pensiamo sulla questione, i nostri lettori lo sanno perché l’abbiamo spiegato fino alla noia nel caso simile (ma tutt’altro che identico) della Diciotti. 1) Che Salvini abbia agito nella funzione di ministro dell’Interno non è in discussione: lo riconoscono pure i giudici, altrimenti lo rinvierebbero a giudizio senza chiedere l’autorizzazione al Parlamento, prevista solo per i reati ministeriali. 2)È improbabile che Salvini venga condannato per sequestro di persona per aver tenuto bloccata per qualche giorno in un porto italiano una nave italiana carica di migranti, a prescindere dal giudizio morale (ovviamente negativo) che merita; però la valutazione non spetta al Parlamento, ma ai giudici, che vanno autorizzati a processarlo perché non tutti gli atti politici di un ministro sono di per sé leciti o insindacabili (così, fra l’altro, sapremo una volta per tutte se quello è un reato o no). 3) I 5Stelle sbagliarono gravemente a votare col centrodestra contro l’autorizzazione a procedere nel caso Diciotti, come scrivemmo per giorni e giorni invitandoli a ripensarci, ospitando le voci critiche al loro interno e criticando il voto-farsa su un quesito suggestivo e fuorviante della piattaforma Rousseau (il mio editoriale del 19 febbraio s’intitolava “Movimento 5 Stalle”). Ora, per coerenza, plaudiamo alla decisione di autorizzare il processo sul caso Gregoretti. Che peraltro è molto diverso dal caso Diciotti.

1) La Diciotti rilevò i naufraghi dopo un’operazione di salvataggio coordinata da Malta, cui spettava l’obbligo di indicare un proprio porto sicuro, anziché scaricare il barile sulla solita Italia; la Gregoretti ospitava migranti salvati in un’operazione tutta italiana, dunque indicare il Pos toccava all’Italia, mentre Salvini rifiutò. 2) La Diciotti è una nave adibita ai soccorsi in mare, dunque può ospitare decine di persone sotto coperta in condizioni accettabili; la Gregoretti è destinata alla vigilanza sulla pesca e non garantisce un’adeguata sistemazione ai profughi, che infatti vivevano e dormivano sul ponte, sotto la canicola (fino a 35 gradi). 3) Dalla Diciotti il governo fece subito sbarcare donne e bambini; dalla Gregoretti i minori poterono scendere solo per ordine della Procura minorile. 4) L’attesa della Diciotti in porto (agosto 2018) fu decisa perché prima Malta per il Pos e poi l’Ue per i ricollocamenti facevano gli gnorri; quella della Gregoretti (luglio 2019) fu decisa quando ormai il meccanismo dei ricollocamenti nella Ue era collaudato e non c’era dubbio che i migranti sarebbero stati distribuiti in vari Paesi. 5) Sulla Diciotti la decisione fu condivisa da Salvini con Conte, Di Maio e Toninelli, che infatti si autodenunciarono ai pm (anche se la responsabilità decisionale era esclusivamente del Viminale); sulla Gregoretti decise il solo Salvini, che mai portò la questione in Cdm, anche perché a fine luglio non parlava più con Conte né con Di Maio: Lega e M5S erano ai ferri corti su giustizia, intercettazioni, prescrizione, autonomie, flat tax e Tav, e Salvini si accingeva a rovesciare il governo. Tant’è che La Stampa il 29 luglio titolò: “Stallo sulla Gregoretti. Salvini resta solo, nessuna sponda da Conte e Mattarella”.

Dunque il M5S avrebbe avuto ottimi argomenti per mandare a processo Salvini sulla Diciotti, ma oggi ne ha ancora di più sulla Gregoretti. Sulla Diciotti disse No, e lo attaccammo. Sulla Gregoretti dice Sì, e lo applaudiamo. Si chiama coerenza e vi sarebbe tenuto chiunque altro criticò i 5Stelle sulla Diciotti. Invece, in questa folle corsa verso l’età della pietra, siamo circondati da “colleghi” che, alla vigilia di ogni scelta del M5S, tengono pronti due articoli: uno per dargli torto se dice Sì, l’altro per dargli torto se dice No. Come sulle Olimpiadi, sullo stadio della Roma, sul Tav ecc. Ieri l’intera stampa non poteva attaccare Salvini per le sue gravi condotte e le sue ridicole giravolte (dal “Processatemi subito” al “Guai se mi processano”) perché era troppo impegnata ad attaccare Di Maio per aver “cambiato idea”. Il bello è che gli stessi erano pronti ad attaccarlo anche se non l’avesse cambiata. È il loro personalissimo concetto di coerenza: i 5Stelle hanno torto sia che facciano A, sia che facciano il contrario di A. Giovedì, a Otto e mezzo, il compagno De Angelis definiva il Sì di Di Maio al processo a Salvini “una sconcertante disinvoltura politica dei grillini”. Secondo voi come avrebbe definito un No di Di Maio al processo a Salvini? “Una sconcertante disinvoltura politica dei grillini”. È la Salvinistra, bellezza! E poi si meravigliano se la Lega è ancora prima nei sondaggi.

Sorgente: L’età della pietra – Il Fatto Quotidiano

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