La congiura dei fatti

Ormai è chiaro ed evidente: c’è un complotto della realtà che si diverte, per motivi imperscrutabili, a mettere in cattiva luce i giornaloni e a smentire ogni giorno le loro profezie di sventura. Prendete l’“Italia isolata sulle nomine Ue” (titolone unico dell’ultimo mese): pare che ora, senza il voto dell’Italia, non si riesca a formare la nuova Commissione. Quindi isolata un par de ciufoli. Prendete la procedura d’infrazione contro l’Italia. Data per certissima nella versione classica autunno-inverno, sventuratamente sfumò a dicembre. Ma poi, quando ormai nemmeno le cassandre in servizio permanente effettivo ci speravano più, ricicciò nel modello primavera-estate. La annunciò in pompa magna Repubblica il 5 giugno: “Dall’Europa arriva la bufera… La Ue piega il governo… smonta i numeri… apre la procedura per debito… martedì si esprimeranno gli sherpa dei governi”. L’Apocalisse era questione di ore. Del resto lo diceva già Totò a Peppino e a Mezzacapa: con le bùfere non si scherza: “Sono per la strada, dappertutto… entrano nei palazzi, salgono le scale…”. E Mezzacapa: “Acqua, vento… e nebbia!”. Totò: “Ah, questo m’impressiona! Tutto, ma la nebbia!”. Mezzacapa: “A Milano, quando c’è la nebbia, non si vede”. Totò: “Perbacco… e chi la vede?… Se i milanesi, a Milano, quando c’è la nebbia non vedono, come si fa a vedere che c’è la nebbia a Milano?”.

La scorsa settimana, in stereofonia, Repubblica e

Stampa titolavano entusiasti e patriottici:

“Procedura più vicina”. E descrivevano il premier Conte come un uomo disperato, in preda agli attacchi di panico, forse persino spettinato, nell’ansia di rinviare l’amaro calice:

“Conte lavora al rinvio della procedura di infrazione” (Repubblica, 27.6). Ma gli altri, quelli bravi, mica ci cascano: eh no,

“accelerano”. Poi, all’improvviso, la gelata:

“Conti, Italia rimandata ad ottobre. L’Europa congelerà la procedura” (Repubblica, 28.6). E la controgelata:

“Procedura Ue, nessun rinvio” (Repubblica, 29.6). Anzi, addirittura:

“Conte mette fretta all’Europa”, “Conte sulla procedura: si apre o si chiude, non si può restare appesi” (Corriere, 29.6). E Mattarella? Non parlava, ma era descritto a far di no col capino, sconsolato dinanzi al governo degli incapaci che ci porta dritti al

default e fuori dall’euro. Poi purtroppo Mattarella ha parlato:

“Non vedo ragioni per aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia. Il disavanzo è passato dal 2,4 al 2,1 tra il 2017 e il 2018, l’avanzo primario dall’1,4 all’1,6. Una condizione dell’economia italiana di grande solidità. Il governo sta presentando ciò alla Commissione per dimostrare che i conti saranno in ordine”.

Tradimento! Ma allora lo dica, il presidente, che vuole suicidi di massa nelle migliori redazioni. Dev’essere in combutta con l’Istat, che ha comunicato i dati sull’occupazione. A maggio è salita al 59%, il valore più alto da quando sono disponibili le serie storiche (il 1977): +67 mila occupati su aprile e meno disoccupati (al 9,9%, -0,2% in un mese, il dato più basso da febbraio 2012, anche fra i giovani: -0,7 in un mese). E i lavoratori dipendenti con contratti stabili aumentano più di quelli a termine (+27 mila contro +13 mila). Anche qui è chiara come il sole la congiura ordita da imprenditori e salariati, che si son messi d’accordo per sputtanare la Confindustria, lo sciopero generale di Cgil-Cisl-Uil e i migliori quotidiani al seguito, con i loro oracoli sui milioni di posti sterminati dal dl Dignità, dal famoso “blocco di centinaia di cantieri” (Tav in primis) e dalle frasi dissennate di Giggino Di Maio contro Atlantia e Mittal, tipiche della “cultura anti-impresa e anti-lavoro” del M5S.

“Le imprese: ‘Non faremo più assunzioni. E a rimetterci saranno sempre i lavoratori’” (Stampa, 29.6.2018).

“Decreto imbecillità: Di Maio fa la guerra ai precari per facilitare la disoccupazione” (Libero, 3.7).

“Tante regole e poca dignità” (Repubblica, 3.7).

“Di Maio fa saltare 100 mila posti di lavoro” (Giornale, 4.7).

“Imprese e calcio contro il decreto sui contratti. ‘Meno occupati’” (Corriere, 4.7).

“Salvare le imprese dalla gogna populista. Mobilitarsi. Molta Cgil, poca dignità. Il decreto Di Maio è un colpo non al precariato ma all’occupazione. La Gigi Economy è la cultura del sospetto applicata al mondo dell’economia. Contro un nuovo orrendo pauperismo di massa” (rag. Claudio Cerasa, Foglio, 4.7).

“Il dl Dignità è un disastro. Un mix di incompetenza e populismo. Aumenteranno i disoccupati” (Carlo Calenda, 5.7).

“Berlusconi smonta il dl Dignità: ‘A rischio un milione di posti’” (Giornale, 9.7).

“Sul fronte del lavoro, nei freddi numeri della Ragioneria dello Stato non si vedono all’orizzonte benefici occupazionali, ma addirittura il rischio che restino a casa 8 mila persone l’anno” (Repubblica, 12.7).

“Di Maio brucia 80.000 posti. E lo scrive pure. Il decreto Dignità farà calare il numero di occupati” (Libero, 14.7).

“Il ‘miracolo’ gialloverde. Bruciati in pochi giorni 500 mila posti di lavoro” (Giornale, 15.7),

“Siamo passati dalla promessa di un milione di posti di lavoro all’assicurazione di bruciarne almeno mezzo milione” (Nicola Porro,

ibidem). “Non è il decreto dignità, è il decreto disoccupazione. Di Maio non è il ministro del lavoro, è il ministro della disoccupazione” (Matteo Renzi, 24.7).

“Dl Dignità. Una mamma è la prima vittima: ‘Perdo il lavoro’” (Repubblica, 27.7).

“Allarme Federmeccanica: il 30% delle imprese non rinnoverà i contratti per il decreto Dignità. Almeno 53 mila persone non potranno essere riavviate al lavoro per il limite massimo dei 24 mesi” (Stampa, 6.12).

“Già persi 600 mila posti di lavoro” (Giornale, 22.12).

“Il lavoro al tempo dei gialloverdi. Incertezza e burocrazia. Gli industriali giudicano il dl Dignità firmato Di Maio. Che ha prodotto un incremento minimo. E precario” (Espresso, 17.3). E questi sono gli esperti. Poi ci sono gli incapaci e i loro complici: i fatti.

Il fatto quotidiano

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