Il giudicimputato – Il Fatto Quotidiano

Se la magistratura italiana non fosse indipendente da ogni altro potere e obbligata a procedere su ogni notizia di reato, sorgerebbe il sospetto che la Procura di Agrigento e il Tribunale dei ministri di Catania siano telecomandati da Matteo Salvini. Il quale, in due rari momenti di difficoltà, ha trovato nei due suddetti uffici giudiziari una sponda preziosa per recitare la parte che più gli è consona: quella di San Matteo Martire e Patrono degli Italiani. La prima volta fu ad agosto quando, dopo aver inchiodato per cinque giorni nel porto di Catania la nave Diciotti con 177 migranti appena salvati dal naufragio e aver giurato che mai e poi mai li avrebbe fatti scendere, ne autorizzò lo sbarco: mentre cercava qualche scusa per giustificare la retromarcia agli occhi dei fan più trinariciuti, lo salvò il procuratore Patronaggio indagandolo per sequestro di persona e altri gravi reati. Così indossò la felpa della vittima e tutti parlarono d’altro. L’altro giorno, a corto di argomenti propagandistici e coi primi sondaggi in calo, non gli è parso vero di vedersi recapitare la busta gialla da Catania. E di inscenare la diretta Facebook per appuntarsi al petto quell’accusa, che aveva a lungo cercato e che temeva sfumata, come una medaglia.

Qualche sciocco la paragona alle tante di B. Invece è l’opposto: B. negava i suoi reati, tutti infamanti, con balle tragicomiche (la nipote di Mubarak) e invocava il Tribunale dei ministri per costringere i giudici a chiedere l’autorizzazione e il Senato a negarla. Salvini rivendica il suo reato, per lui tutt’altro che infamante, e non si perderebbe il processo per nessuna ragione al mondo. Già si vede alla sbarra a offrire il petto alle toghe che gli contestano quel che s’è sempre vantato di fare: i porti chiusi allo straniero invasore (intanto i mini-sbarchi continuano lontano dai riflettori). Una pacchia: comunque vada, avrà un monumento equestre, un piedistallo, un’aureola e tanti voti assicurati. Se il Senato negherà l’autorizzazione, lui dirà: “Visto? Ho agito nell’interesse della Nazione”. Se il Senato la darà, magari coi voti leghisti: “Visto? Non mi nascondo dietro l’immunità”. Se sarà assolto: “Visto? Mi hanno perseguitato”. Se sarà condannato: “Visto? Mi vogliono in galera perché difendo gl’italiani”. Fin qui l’aspetto politico-mediatico del caso. Poi c’è quello giuridico, che deve seguire i binari naturali. È giusto che il Parlamento autorizzi i giudici a procedere, anche se stavolta non deve regalare o negare immunità, ma valutare l’eventuale tutela di “un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante” o “un preminente interesse pubblico”.

Nessun politico è legibus solutus. E spetta alla magistratura stabilire, una volta per tutte, se sia reato salvare migranti dal naufragio e poi imporre all’Ue di condividerne l’accoglienza. Perché questo accadde con la Diciotti e poi con altre navi delle Ong. E su questo concordano il Tribunale dei ministri e Salvini. I giudici parlano di “una situazione di costrizione a bordo delle persone soccorse fino alle prime ore del 26 agosto” con “conseguente limitazione della libertà dei migranti per 5 giorni, fino all’ordine di sbarco… per la volontà meramente politica di affrontare il problema della gestione dei flussi migratori invocando, in base a un principio di solidarietà, la ripartizione dei migranti a livello europeo tra gli Stati membri”. Parole che il vicepremier sottoscriverebbe, perché fotografano quanto accade spesso al largo delle nostre coste. Resta da capire se tutto ciò sia un sequestro di persona. E qui i giuristi si dividono.

C’è chi si limita a citare l’art. 605 del Codice penale che punisce “Chiunque priva taluno della libertà personale” senza tanti distinguo, e un bel po’ di convenzioni e trattati internazionali. E chi dubita dell’applicabilità di quel reato al caso specifico: dire a qualcuno “tu in casa mia non entri” non significa sequestrarlo; una nave della Marina militare non è un carcere, altrimenti i marinai che vi trascorrono la vita sarebbero prigionieri; nemmeno dopo lo sbarco in Italia i richiedenti asilo sono liberi di muoversi, ma devono restare negli appositi centri di accoglienza in attesa che le loro domande siano esaminate; se un altro Paese (tipo Malta, che al solito se ne lavò le mani) avesse consentito loro lo sbarco, nessuno avrebbe impedito loro di scendere; comunque sulla Diciotti erano saliti spontaneamente e con gioia, essendo stati appena salvati dal naufragio del barcone pericolante dove si erano imbarcati in Libia; in ogni caso i bambini e i malati scesero subito e gli altri lo fecero dopo cinque giorni; e “gli obblighi degli Stati di garantire nel modo più sollecito il soccorso e lo sbarco dei migranti in un luogo sicuro” citati dal Tribunale non sembrano essere stati violati: il soccorso era stato prestato proprio dalla Diciotti che, diversamente dal barcone affondato, era già essa stessa un “luogo sicuro” (paradossalmente, se i 177 non l’avessero incontrata, sarebbero affogati e nessuno oggi sarebbe accusato di averli sequestrati). Poi c’è il rebus dell’elemento soggettivo, del dolo, del movente: per condannare il vicepremier, i giudici dovrebbero dimostrare che agì per privare i migranti della loro libertà (per 5 giorni e poi non più) e non – come ammette lo stesso Tribunale – per piegare gli Stati Ue ad accoglierne un po’ per uno. Ultimo paradosso: il primo a temere la condanna di Salvini è proprio il procuratore Patronaggio che lo indagò. Il quale, mentre la Diciotti era bloccata nel porto, salì a bordo per alcuni rilievi e ne discese senza prendere provvedimenti: se davvero si stava consumando un sequestro di persona, era suo preciso dovere farlo cessare ordinando lo sbarco. Art. 40 comma 2 del Codice penale: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

Sorgente: Il giudicimputato – Il Fatto Quotidiano

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