I Legnanesi – Il Fatto Quotidiano

“Ma Salvini non ce l’ha un vestito suo?”, domandavamo l’altro giorno nella pagina fotografica sui suoi vari travestimenti. Stavamo per lanciare una sottoscrizione per regalargli una giacca e una camicia tutte sue, quando Maurizio Martina ha annunciato una mozione Pd di sfiducia individuale contro di lui. Lodevole iniziativa di opposizione, sia pur votata alla bocciatura per mancanza di maggioranza (infatti è di opposizione), se non fosse che lo stesso Martina, non più tardi di tre sabati fa, marciava a braccetto coi salviniani al corteo Sì Tav di Torino e invitava Salvini a firmare un’altra mozione Pd: non, ovviamente, quella che dovrebbe sfiduciarlo, ma quella che impegna il governo a fare il Tav. Così abbiamo capito che Salvini fa benissimo a camuffarsi ogni giorno con un abbigliamento diverso, trasformando la politica italiana in uno spettacolino en travesti, modello Legnanesi: perché ogni giorno c’è chi lo scambia per un altro. Quando si agghinda da poliziotto, il Pd vuole sfiduciarlo. Ma appena si maschera da capocantiere del Tav, con tanto di caschetto giallo, il Pd gli chiede l’amicizia in Parlamento. Come se ci si potesse alleare con uno che si vuole cacciare. Come se Salvini non fosse sempre Salvini, ma ne esistessero almeno due.

La strategia dei Legnanesi funziona a meraviglia anche coi giornaloni: ricordate le colate di piombo su Salvini quinta colonna della Russia, infiltrato di Putin, cavallo di Troia di Mosca, gonfio di rubli e di fake news in cirillico, per far esplodere l’Italia, l’Europa, l’Occidente e il mondo intero? Bene, nel primo litigio del governo sulla politica estera, quello sul Venezuela, Salvini si schiera senza se e senza ma (e soprattutto senza Abc) con Guaidó, il golpista appoggiato dagli Usa e dal grosso della Ue, contro il presidente-dittatore Maduro sostenuto da Putin e persino contro il neutralismo di Conte e dei 5Stelle. E chi lo dipingeva in uniforme da cosacco che fa? Ammette di avere scritto un sacco di fesserie e chiede scusa? No, lo disegna in divisa da yankee con tutte le stelline della bandiera americana e di quella europea, senza fare un plissé. Tanto ormai vale tutto e il contrario di tutto. E non solo la verità dei fatti, ma perfino la logica, sono un optional. Ieri Ranieri e Robecchi si sono sbizzarriti sulle critiche di Confindustria e Forza Italia, dunque del Pd, di Calenda e di Boeri, al reddito di cittadinanza. Per mesi abbiamo letto che era troppo basso (una mancetta) e per una platea troppo ridotta (quattro gatti). Ora si scopre che è troppo alto e per troppa gente.

Al punto che potrebbero offendersi quelli che lavorano e guadagnano meno del reddito per chi non lavora (al massimo 780 euro, in media 500). Parrebbe di capire che, se qualcuno lavora per uno stipendio inferiore alla soglia minima di povertà, il problema sono i salari da fame per i lavoratori, non i sussidi per i disoccupati. E chi ha lasciato l’Italia, caso raro in Europa, senza un salario minimo dovrebbe vergognarsi. Soprattutto se si dice di sinistra. Invece no: siccome in Italia chi lavora è alla canna del gas, lasciamo sul lastrico pure chi cerca un lavoro. Anziché alzare i salari, abbassiamo il reddito. In due interviste affiancate sul Rdc, entrambe ovviamente negative, Repubblica riesce a titolare: “Famiglie più numerose penalizzate, favoriti i giovani senza lavoro” e “Qualche beneficio nella lotta alla povertà, non aiuta l’occupazione”. Ma se il Rdc è fatto per i poveri e i disoccupati, chi dovrebbe favorire, se non chi non ha nulla e non lavora? Il Messaggero comunica invece che il Rdc “scoraggia 400 mila a lavorare”: ma se tutti dicono che non c’è lavoro, come fa il reddito a scoraggiarlo? Ancor più strepitose sono le critiche ai “paletti” imposti al Rdc e a quota 100. Paletti fatti apposta per escludere i possibili “furbetti” e soprattutto per non spendere troppo, rispettare gli impegni con la Ue ed evitare la procedura d’infrazione. Ora gli stessi che accusavano il governo di scialare miliardi per poveri e pensionati accusano il governo di non scialarne abbastanza. Una critica che fa il paio col titolo del Giornale “Il ‘golpe’ bianco di Conte: tutto il potere a Palazzo Chigi” (ma non era un signor nessuno, una nullità, un burattino?). E con le baggianate di Francesco Merlo su Repubblica a proposito del via libera della sindaca Raggi allo stadio della Roma, unica grande infrastruttura in programma nella Capitale nei prossimi anni, fra l’altro a spese dei privati. E decisa non dalla giunta M5S, ma da quella Pd di Marino. La Raggi s’è limitata a dimezzarne le cubature, depurandola della parte speculativa (torri e centri commerciali), alla faccia di chi la dipingeva come una marionetta del costruttore Parnasi (da ieri imputato per corruzione insieme a esponenti del Pd e del centrodestra, e nessun grillino).

Sapete cos’ha scoperto Merlo cinque anni dopo la delibera Marino-Caudo? Che “la tontolona” e “stralunata Raggi ha detto Sì al nuovo stadio” non solo per “lucrare voti e consenso” (è al secondo mandato e non si ricandiderà, però fa niente); ma anche perché “lo stadio è il tempio, il Sancta Sanctorum del populismo” e lei “vuole costruire il suo proprio Colosseo, che è l’archetipo di tutti gli stadi del mondo”. E – tenetevi forte – “è anche il santuario del sovranismo”. Qualunque cosa voglia dire. Quando lo decise il Pd, era l’ottava meraviglia del mondo. Ora che lo conferma la Raggi, è una ciofeca. Naturalmente Merlo aveva pronto anche un secondo pezzo, in cui avrebbe detto le stesse cose in caso di No della Raggi allo stadio, come già disse del No della Raggi alle Olimpiadi. Il No è tipicamente “populista” e “sovranista”, tipico di chi odia il Progresso, la Modernità e l’Impresa. E il Sì, invece, pure.

Sorgente: I Legnanesi – Il Fatto Quotidiano

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