I due Balla-gate – Il Fatto Quotidiano

Avvertenza per i cretini che, leggendo questo articolo, ci accuseranno di attaccare chi critica il governo: il governo, come tutti, va criticato appena lo merita. Ma un conto sono le critiche, un conto sono i fatti. Che non sono opinabili: o sono veri o sono falsi. Al premier Giuseppe Conte vengono addebitati due fatti.

1) Aver messo i nostri 007 al servizio di Trump per passare al suo ministro della Giustizia William Barr elementi utili alla sua campagna sul presunto complotto internazionale finalizzato a screditarlo alle Presidenziali 2016 con la diffusione di email di Hillary Clinton, passate per le mani dei russi, dell’Fbi di Obama e del misterioso maltese Joseph Mifsud.

2) Un conflitto d’interessi per un parere legale fornito dall’avvocato Conte, poco prima di diventare premier, al fondo Fiber 4.0 guidato dal finanziere Mincione con soldi (si scopre ora) del Vaticano, che voleva scalare Retelit, la società di servizi digitali e telecomunicazioni (controlla i cavi sottomarini tra Europa e Asia passando per l’Italia); ai primi di maggio 2018 Fiber 4.0 chiede a Conte un parere pro veritate sul rischio che il governo blocchi la scalata a Retelit con i poteri speciali (golden power) previsti per le aziende strategiche; Conte risponde che sì, va avvertito Palazzo Chigi (dove ancora siede Gentiloni), perché potrebbe esercitare il golden power; poi Fiber 4.0 viene battuto da un consorzio libico-tedesco, su cui però tocca pronunciarsi al suo nuovo governo; il neopremier si astiene, lasciando che il 7 giugno il Consiglio dei ministri decida senza di lui (impegnato al G7 in Canada), sotto la presidenza del vicepremier Matteo Salvini; il quale, come prevedibile nonché previsto da Conte, esercita il golden power a tutela della strategica Retelit. Nessuna indicazione di Conte, nessun favore a Fiber 4.0, nessun conflitto d’interessi: solo la normale tutela dell’interesse nazionale. Il 21 gennaio 2019 l’autorità competente, l’Antitrust, chiede chiarimenti a Conte, li riceve subito e il 23 gennaio gli comunica che “ha ritenuto di non dover avviare alcun procedimento ai sensi della legge” sul conflitto d’interessi, “non ritenendo sussistenti i presupposti per l’applicazione della legge”. Eppure ora i partiti di destra (compreso quello di Renzi) e la stampa unanime la menano sul “conflitto d’interessi di Conte”, fingendo di ignorare il verdetto assolutorio dell’Antitrust, anche dopo che il Fatto lo pubblica. Poi, disperati, tornano sul “caso Russiagate-007”, anche dopo che Conte il 23 ottobre ne ha riferito per ore al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copasir).

E ha dichiarato che: non ha mai parlato della cosa con Trump né con Barr (che non ha mai visto né sentito); il 27 giugno l’ambasciatore Usa gli inoltrò la richiesta di Barr di incontrare i capi dei nostri 007 non tanto come ministro della Giustizia, quanto come Attorney general, massima autorità giudiziaria Usa e responsabile dell’Fbi; lui la girò al capo del Dis Gennaro Vecchione, coordinatore dei servizi; il 15 agosto, quando il governo Conte-1 era già stato messo in crisi da Salvini, Vecchione vide Barr e il suo vice attorney John Durham nella sede del Dis, per sapere cosa volessero; poi, previo incontro con Conte che assegnò loro le regole d’ingaggio (nessun documento poteva essere consegnato né trasmesso senza una rogatoria internazionale ai nostri magistrati), Vecchione e i capi dell’Aise Luciano Carta e dell’Aisi Mario Parente incontrarono i due americani il 27 settembre, quando era già nato il Conte 2. Cosa si sono detti, i tre capi della nostra intelligence l’hanno messo per iscritto al premier prima che riferisse al Copasir: siccome – è il loro racconto – nessuna informazione su attività di agenti italiani o americani nella campagna elettorale Usa del 2016 risulta nei loro archivi, non han potuto fornire notizie utili a Barr e Durham, che sono tornati in patria a mani vuote (salvo che abbiano raccolto elementi da agenti Usa operanti a Roma). Questo riferisce Conte al Copasir, questo conferma Vecchione a stretto giro.
Ma il 28 ottobre Barr rilascia un’intervista a Fox News e i nostri giornali la presentano come una smentita alla versione di Conte e dei tre capi dei servizi (che dunque sarebbero quattro bugiardi matricolati). Adnkronos: “Il procuratore John Durham, che sta conducendo l’indagine sul Russiagate, è convinto che in Italia ‘possano esserci informazioni utili all’indagine’. Lo afferma l’attorney general William Barr…”. Repubblica: “Russiagate, Vecchione al Copasir. Ma gli Usa smentiscono ancora Conte… Il procuratore di Trump rilancia: ‘Da Roma informazioni utili per l’indagine sull’Fbi di Obama’”. Corriere della Sera: “Russiagate, dagli Usa avvertimento a Conte. Barr: in Italia informazioni utili all’indagine”. La Verità: “Mai dire mai: Trump smentisce James Cont”. Libero: “Barr: ‘In Italia ci sono informazioni utili sul Russiagate’”. Tutte balle. Basta conoscere qualche parola d’inglese per scoprire che Barr non ha smentito una beneamata cippa: “Alcuni dei paesi che John Durham pensava potessero avere alcune informazioni utili all’indagine volevano preliminarmente parlare con me della portata e della natura dell’indagine e di come intendevo gestire le informazioni riservate. Quindi ho inizialmente discusso di queste questioni con quei paesi e li ho presentati a Durham, e ho creato un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei paesi”. Quindi Barr non nomina mai l’Italia, né dice di averne ricevuto notizie utili. Magari un giorno smentirà Conte e i nostri 007, nel qual caso si vedrà chi ha ragione fra lui e loro. Al momento, gli unici sbugiardati sono i nostri giornali. Che su Conte non esercitano il sacro diritto di critica: mentono sapendo di mentire.

Sorgente: I due Balla-gate – Il Fatto Quotidiano

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