Guai ai vincitori – Il Fatto Quotidiano

Il consueto affollamento del giorno dopo sul carro dei vincitori aggiunge caos a quello di sondaggi, exit poll, proiezioni e previsioni sballati (compresi i nostri). Eppure il risultato delle elezioni europee è chiaro e limpido.

Chi vince, chi perde. Hanno vinto Salvini (+3,5 milioni di voti in un anno) e la Meloni (+300 mila), che da soli raggiungono ormai il fatidico 40% del Rosatellum e possono persino fare a meno di B., sempreché alle prossime elezioni politiche confermino o aumentino i consensi. Tutti gli altri hanno perso: moltissimo i 5Stelle e FI, che hanno praticamente dimezzato i voti (-6 milioni M5S, -2 milioni FI); e un po’ anche il Pd, che sorpassa i 5Stelle, ma in retromarcia, visto che riesce a perdere altri 110 mila voti, facendo addirittura peggio della débâcle renziana. Se Zingaretti guadagna 4 punti percentuali è grazie al calo dei votanti e al minor astensionismo del suo popolo rispetto a quello dei 5Stelle, grazie al fattore “fascismo” che in campagna elettorale ha spostato l’asse dalla contrapposizione fra vecchio e nuovo a quella fra destra e sinistra: terreno che premia i vecchi partiti ideologici, infatti fa comodo al duo Salvini&Zinga e taglia fuori i 5Stelle post-ideologici.

Leader usa&getta. Di Maio era primo sul podio e ora è terzo, dunque il tonfo che fa più rumore è il suo. La sua parabola politica, salvo improbabili resurrezioni, è durata 20 mesi: dall’elezione-plebiscito a capo politico nel settembre 2017 al trionfo esagerato del 4 marzo 2018 alla disfatta dell’altroieri. Il che conferma che, con questo elettorato sempre più liquido, ondivago, sbandato, isterico, impaziente e insofferente, la vita media dei leader è sempre più breve: dopo il ventennio berlusconiano, Monti durò due anni scarsi, Renzi tre, Di Maio meno di due e ora non vorremmo essere nei panni di Salvini. Che rischia di aver toccato domenica l’apice della sua carriera e dovrà guardarsi ogni giorno dal pericolo di stufare gli elettori, di perdere terreno e di ritrovarsi rottamato alle prossime elezioni se, com’è probabile, non supererà più il 34%. Le elezioni sono ormai un gioco al massacro per buttar giù ogni volta il capo del momento, senza neppure dargli il tempo di realizzare riforme di medio respiro. Molta gente vota come twitta, passando immantinente dall’Osanna al Crucifige. E non solo in Italia: due anni fa Macron era l’imperatore di Francia, ora la Le Pen appena sconfitta l’ha di nuovo scavalcato. Per sopravvivere a questo sadico, frenetico tiro al bersaglio bisogna essere proprio una Merkel.

Cioè avere un partito strutturato, un Paese prospero, 14 anni di buon governo ed elettori tedeschi. La Lega dovrebbe pensarci per tempo, perché al momento ha un solo capo spendibile, mentre il Pd ne ha diversi (sia pur di seconda mano) e i 5Stelle vantano una panchina lunga (Di Battista, Fico, Bonafede, Appendino e altri, più Conte come candidato premier). Del resto gli ultimi due trionfatori alle Europee – B. nel 2009 e Renzi nel ’14 – si sono ben presto trasformati in perditori professionisti alle Politiche. E, potendo scegliere, è meglio perdere le Europee che le Politiche.
Gialloverdi o verdigialli. Ora Salvini è il Di Maio di un anno fa e viceversa: le percentuali di Lega e 5Stelle si sono invertite, infatti la somma dei giallo-verdi, anzi dei verdi-gialli è sempre sopra il 50%. Teoricamente, il Carroccio diventa l’azionista di maggioranza del governo. Ma con la metà dei seggi dei 5Stelle: finché non si tornerà alle urne, i voti in Parlamento restano quelli del 2018. Il che diminuisce le responsabilità del M5S e paradossalmente aumenta il suo potere contrattuale. Almeno finché Salvini vorrà tenere in piedi il governo, avrà bisogno dei voti pentastellati. E si vedrà se Di Maio si riavrà dallo choc e sarà così lucido e abile da fare a Salvini ciò che fino all’altroieri Salvini ha fatto a lui: fargli pesare e penare la propria forza parlamentare. Se prima la stabilità di governo stava a cuore soprattutto ai 5Stelle – disposti perfino a tradire i princìpi di legalità e uguaglianza sul caso Diciotti pur di salvare l’alleato dal processo –, ora che si sono dissanguati a causa dell’alleanza con la Lega sarà Salvini a doverli rincorrere e blandire. E una crisi di governo, col contorno di spread e caos, danneggerà più lui di Di Maio (che più danneggiato di così si muore). Un periodo di opposizione non farebbe che bene ai 5Stelle, per tentare di recuperare l’identità smarrita, riorganizzarsi sui territori abbandonati e darsi una gestione più collegiale con Grillo, Di Battista, Fico&C.. Una prospettiva che consente fin da subito al M5S di poter scegliere il terreno e il momento più propizio per rompere con Salvini: su una grande questione di principio che restituisca l’identità a quel che resta del Movimento e coinvolga altri settori dell’opinione pubblica. Come la difesa dell’unità nazionale dal dl sulle autonomie, o il salario minimo, o la lotta all’evasione fiscale, o la prescrizione (se la Lega tenterà di ripristinarla). Per azzeccare il momento e il terreno, il M5S dovrà discutere impietosamente le ragioni del disastro: per evitare di pentirsi delle tante cose buone fatte e dette (tipo il no al Tav o il reddito di cittadinanza, che va difeso come giusto, a prescindere dai voti che ha portato o sottratto: e i risultati di M5S e Lega al Sud dicono che ne ha portati) e fare mea culpa sui veri errori. Soprattutto uno: per inseguire prima Salvini, poi i sondaggi, si sono perduti prima l’identità e poi l’appuntamento con l’onda verde che premia gli ecologisti in tutta Europa, ma incredibilmente non viene intercettata da ambientalisti nati come i grillini. Leggere di più il blog di Grillo e meno i giornaloni non guasterebbe.

Sorgente: Guai ai vincitori – Il Fatto Quotidiano

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