Giustizia smart casual – Il Fatto Quotidiano

Quando abbiamo letto la locandina del banchetto per “Una nuova giustizia”, anzi “Più giustizia, più crescita in nome del Pil”, apparecchiato da Annalisa Chirico di “Fino a prova contraria” per attovagliare in “dress code smart casual” un caravanserraglio di procuratori capi o aggiunti, imprenditori, prenditori, manager, magnager, faccendieri, lobbisti, ministri, senatori, deputati, imputati di ieri, di oggi e di domani, abbiamo pensato che la presenza di tanti magistrati preludesse a una bella retata. Un repulisti in grande stile, con un corteo di cellulari a sirene spiegate fuori dalla porta. Invece le meglio toghe del bigoncio erano lì per parlare e cenare, come gli altri invitati. E ci son tornati in mente i tempi in cui il termine “procuratore” significava Borrelli, D’Ambrosio, Caselli, Maddalena, Minale, Almerighi, Spataro. Gente che manco per sbaglio si sarebbe trovata in simile compagnia. All’epoca neppure i magistrati collusi e corrotti si strusciavano in pubblico con i rappresentanti del potere politico ed economico su cui avrebbero dovuto indagare. Lo facevano di nascosto, in salotti privati o in logge massoniche. Dress code: bavero rialzato o cappuccio in testa. Lo sapevano anche loro che certe ammucchiate a favore di flash e telecamere non stanno bene e salvavano, se non la sostanza, almeno l’apparenza. Diceva La Rochefoucauld che l’ipocrisia è la tassa che il vizio paga alla virtù: oggi si evade pure quella, perché nessuno sa più cosa siano il vizio e la virtù. Figurarsi i conflitti d’interessi, l’opportunità, l’eleganza.

Così, al Toga Party è capitato – secondo il cronista per nulla scandalizzato del Messaggero – anche questo: che il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e il suo ex indagato Matteo Salvini sedevano allo stesso tavolo e scherzavano amabilmente sull’indagine per sequestro di persona e altri reati appena archiviata. Salvini: “Sì, lui ha controfirmato il mio avviso di garanzia per la nave Diciotti, ma vabbè, sono atti dovuti…”. Lo Voi: “Ma vabbè, era soltanto una lettera…”. E tutti giù a ridere e a magnare. Naturalmente, tra i due, quello fuori posto era Lo Voi. Come tutti gli altri pm: quelli attovagliati (i procuratori di Palermo, Bologna e Catanzaro) e quelli che hanno aderito e poi sono fuggiti in extremis senza dare spiegazioni (solo De Raho ha detto: “Non mi è parso opportuno sedermi a un tavolo da 6 mila euro”). I loro conflitti d’interessi, reali o potenziali, non si contano. Qualcuno sperava di omaggiare il vicepresidente renziano del Csm Ermini, in vista di future nomine (magari a procuratore di Roma), salvo poi scoprire che anche lui s’era dato alla macchia.

Ma c’era comunque Salvini con i fidi Bongiorno, Fontana e Molinari, preziosissimi per garantire i voti dei leghisti al Csm. Altri sapevano di incontrare ex o attuali indagati propri (da quella di Roma sono passati Tremonti, Letta, Malagò e sono tuttora sotto inchiesta Lotito e sotto osservazione i vertici della fondazione renziana Eyu, ben rappresentata l’altra sera dal trio Bonifazi-Bianchi-De Carolis) o altrui (da Briatore, al desco con la Boschi, ai leghisti dei 49 milioni spariti, da Montezemolo a Tronchetti Dov’Era al Giglio magico). Anziché infuriarsi perché Salvini ha accettato l’invito, i 5Stelle dovrebbero vantarsi di non averlo neppure ricevuto. E porsi qualche domanda sul presunto alleato, ormai santo patrono e protettore dell’Ancien Régime. E del futuro Governo del Cambianiente che ha fatto le prove generali sabato in piazza a Torino. Lega, Pd e FI parlano la stessa lingua non solo sul Tav, ma anche sulla giustizia: non si vede perché costringerli ancora a lungo a questa separazione forzata.

L’ex ministra Severino, alla cena-ammucchiata, assicura che “gli imprenditori chiedono tempi certi e ragionevoli per i processi e certezza della pena”. E il presidente di Confindustria Boccia fa sìsì con la testa. Poi qualcuno gli spiegherà che, con pene e tempi certi, mezza Confindustria sarebbe (“marcirebbe”, per dirla col suo nuovo compare Salvini) nelle patrie galere. Infatti sono tutti contro la Bloccaprescrizione. Il procuratore bolognese Amato critica le “improvvide iniziative giudiziarie” di quei tre-quattro pm scavezzacollo che si ostinano a processare i potenti. La Boschi porge entrambe le guance ai bacioni di Salvini perché “saremmo felici se si convertisse al garantismo” (parla al plurale maiestatico, anche a nome del padre). Salvini tiene molto a “processi più veloci e tribunali più efficienti”: infatti ha appena ottenuto dall’efficientissima Procura di Genova la reateizzazione dei 49 milioni rubati in appena 81 anni e infilato nella Spazzacorrotti un codicillo per mandare in prescrizione i peculati di Rimborsopoli e i suoi imputati han subito chiesto un rinvio all’insegna della più vertiginosa rapidità. Alla fine, però, non s’è ben capito con chi ce l’avesse questo trust di cervelli e ganasce: se temono che i processi danneggino il Pil, possono stare tranquilli. Se sono tutti a piede libero, vuol dire che il pericolo di una giustizia uguale per tutti è definitivamente sventato. Mica siamo nel 1992: siamo nel centenario di Andreotti. Sì, purtroppo sopravvivono la Costituzione e il Codice penale, ma basta non applicarli, come fanno i pm moderni, ultima tendenza. Se, puta caso, Robledo indaga su Expo, il suo capo Bruti Liberati gli leva l’indagine e il Csm leva pure Robledo. E Napolitano e Renzi ringraziano. Se invece Renzi spiffera un decreto a De Benedetti che ci fa 600 mila euro in Borsa e si fa pure beccare, si processa la Raggi. E giù applausi. È la “legalità sostenibile” di una “magistratura genuflessa” di cui parlano due toghe démodé, Scarpinato e Davigo. La modica quantità di giustizia per uso personale. Omeopatica. Smart casual.

Sorgente: Giustizia smart casual – Il Fatto Quotidiano

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