Forza Abusi – Il Fatto Quotidiano

“Abusivi di tutti i posteggi urbani e interurbani, unitevi!”. E questo è Totò. “Abusatori d’ufficio di tutti i comuni, province e regioni, unitevi!”. E questo è Salvini. L’altra sera, avendo appreso dell’esistenza di questo reato dall’avviso di garanzia del Tribunale dei ministri che glielo contestava insieme al sequestro di persona nel caso Diciotti, e avendone risentito parlare quando è stato indagato il suo governatore della Lombardia Attilio Fontana, il noto giureconsulto leghista ha deciso che la soluzione migliore è abolirlo. Poi qualcuno deve avergli fatto notare che depenalizzare i reati propri e del proprio giro ricorda troppo B., così il Carnelutti padano ha optato per “rivederlo”, qualunque cosa voglia dire. E ha attaccato il solito piagnisteo contro “la burocrazia, vincoli, la paura di firmare atti, aprire cantieri, sistemare scuole, ospedali” (che non c’entrano una mazza, delinquenti a parte), concludendo con una supercazzola delle sue: “Se per paura che qualcuno rubi blocchiamo tutto, mettiamo il cartello Affittasi ai confini dell’Italia e ci offriamo alla prima multinazionale cinese. Se uno ruba lo metto in galera, ma non possiamo per presunzione di colpevolezza bloccare tutto”. A parte il fatto che lui quelli che rubano non li mette in galera, ma al governo, l’abuso non riguarda chi ruba. Ma chi viola leggi o regolamenti per favorire “intenzionalmente” sé o altri con vantaggi “patrimoniali”, o per procurare “danni ingiusti” a qualcuno.

Se poi ruba pure, incorre in altri reati: dalla corruzione al peculato, dall’illecito finanziamento all’appropriazione indebita, dalla bancarotta fraudolenta alla truffa (quasi tutte specialità della casa, vedi i 49 milioni spariti). Salvini pretende “che sindaci, funzionari pubblici, presidenti e associazioni di volontariato possano lavorare tranquillamente”. Ma le associazioni di volontariato, anche volendo, non possono abusare del proprio ufficio, perché essendo soggetti privati non ce l’hanno proprio, quell’ufficio. Invece sindaci, funzionari e presidenti (di regione: di squadre di calcio no) ce l’hanno. Ma hanno pure un modo semplicissimo per non incappare nell’abuso: evitare di abusare del loro potere pro o contro qualcuno (è vero: le denunce pretestuose e strumentali per abuso, vedi le 600 ricevute dalla Raggi, innescare indagini che sul momento discreditano; ma poi vengono archiviate: cancellare il reato per evitarle non è una soluzione, perché esistono anche denunce fondate, per comportamenti gravi). Forse l’avv. on. min. Giulia Bongiorno dovrebbe dare qualche ripetizione al ministro ripetente.

Se erudisce il pupo, gli risparmia altre figure barbine. Resta invece da capire quali altre “modifiche” a un reato già ridotto al lumicino auspica il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone. Perché è vero – come dice – che “c’è una quantità enorme di procedimenti che non arrivano a condanna, per cui qualcosa nella norma non funziona”. Secondo i dati Anac dal 2004 al 2009 il 29% delle denunce per reati contro la PA hanno riguardato abusi d’ufficio, ma poi le condanne sono scese al 22%: appena 150 definitive negli ultimi 10 anni. Dunque Cantone, non da oggi, propone di “delimitare la categoria delle violazioni penalmente rilevanti e prevedere una migliore tipizzazione della condotta, per punire meno, in modo più selettivo e mirato”. Ma è esattamente il contrario di ciò che andrebbe fatto: rimpolpare l’abuso di nuovi contenuti, al passo con le ultime tendenze criminali dei colletti bianchi (l’infinita gamma dei conflitti d’interessi). Altro che aggiungere altri buchi al colabrodo. Se oggi le condanne per chi abusa del proprio ufficio per favorire uno o danneggiare l’altro sono pochissime e quasi tutti la fanno franca, è proprio perché il reato è troppo “delimitato” e “tipizzato”.

Prima della controriforma del 1990, si chiamava “interesse privato in atti d’ufficio” e chiunque abusasse del proprio potere per interessi privati veniva condannato. Poi si passò all’“abuso in atti d’ufficio”, patrimoniale e non patrimoniale. E le maglie della punibilità si restrinsero. Ma non abbastanza per le usanze della casta: nel 1997 tre intere giunte – Piemonte, Lombardia e Abruzzo – erano sotto processo per abusi non patrimoniali, così come l’allora premier Prodi (per il caso Cirio). Furono tutti salvati da una seconda controriforma, che depenalizzava l’abuso non patrimoniale e, per quello patrimoniale, prevedeva addirittura un doppio dolo, cioè la prova impossibile diabolica. Se un pubblico ufficiale trucca un concorso o un esame per favorire un parente o un amico o un compare di partito, non basta dimostrare che l’ha fatto: bisogna pure provare che voleva sortire quell’effetto e quello soltanto, e pure che il vantaggio è di natura “patrimoniale”. Risultato: è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago che un lottizzatore o un clientelista, un nepotista, un taroccatore di concorsi venga condannato. In galera, poi, è impossibile che ci finisca, viste le pene irrisorie previste dal Codice (da 1 a 4 anni, sotto la soglia-carcere minima): qualche mese, fra un’attenuante e l’altra, e un bacio sopra. Quindi Fontana, per l’amico trombato alle elezioni e risarcito con un posto in Regione, rischia poco o nulla. Ma la strisciante depenalizzazione del reato a questi impuniti non basta ancora: abbiamo politici, locali e nazionali, talmente criminali che riescono a finire intrappolati anche nelle maglie larghissime di una legge finta. E tornano all’assalto per disossarla un’altra volta, la terza in trent’anni. Non perché temano le denunce infondate, che poi finiscono regolarmente in archivio. Ma perché sono terrorizzati da quelle fondate. Quelle che smutandano i loro culi sporchi.

Sorgente: Forza Abusi – Il Fatto Quotidiano

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