È caduto giù l’Armando – Il Fatto Quotidiano

Non possedendo l’iPhone, mi diverto sempre un sacco a origliare gli altri, sul treno o al bar, mentre interpellano Siri, l’assistente digitale di Apple che risponde a tutte le domande e, se lo maltratti, ti manda pure soavemente a fare in culo. Per pura combinazione, si chiama come il sottosegretario leghista alle Infrastrutture e Trasporti Armando Siri, che svolge le stesse funzioni di assistente (analogico) con la medesima dedizione, ma non per gli utenti dei telefonini, bensì per i giornaloni: quando abbisognano di un membro del governo che faccia un po’ di polemica o di scandalo sparandole grosse, si rivolgono a lui. E non restano mai delusi: Siri (nel senso di Armando) non conta nulla, dunque può dire di tutto senza dare troppo nell’occhio. Più che un sottosegretario, è una app sempre attiva, 24 ore su 24. Serve una cazzata? Eccolo. Ne vogliono due? A disposizione. Ne occorrono tre? Massì, facciamo buon peso, il resto mancia. Noi, lo confessiamo, stravediamo per lui da quando riuscì a infilarsi nel “governo del cambiamento” che vantava, da contratto, l’assoluta incompatibilità con i condannati. E lui modestamente lo nacque, avendo patteggiato 18 mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta.

La sentenza è di quattro anni fa e riguarda il crac della MediaItalia, una società editoriale fallita lasciando debiti per oltre 1 milione grazie – scrivono i giudici – a Siri e ai suoi due soci che l’avevano svuotata trasferendo il patrimonio a un’altra impresa, la cui sede legale era stata poi trasferita nel Delaware (il paradiso fiscale degli Usa, dove hanno sede altre due società con dentro l’Armando). Con tanti saluti ai creditori, rimasti a bocca asciutta: liquidatrice di MediaItalia fu nominata una cittadina della Repubblica Dominicana, di professione parrucchiera: secondo il Tribunale, una testa di legno. Dall’alto di quel pedigree, il nostro eroe puntava legittimamente al ministero dell’Economia, dove un bancarottiere fa sempre comodo. Invece dovette accontentarsi delle Infrastrutture. Il suo esordio, memorabile, fu a Tagadà, dove tenne subito a smentire che Danilo Toninelli fosse diventato ministro: Tiziana Panella gli comunicò che era proprio il suo, di ministro, e lui ci rimase un po’ così. Poi pare che l’abbia riconosciuto. Da allora Armando Pret à Parler, a chiunque lo chiami, tiene regolarmente a smentire che il governo del cambiamento intenda cambiare alcunché, per la gioia di giornaloni & padroni. Infatti appare sempre nella stessa foto con in mano una cartelletta dal contenuto ignoto (sarà la sua sentenza, da cui non si separa mai).

E la stessa didascalia che lo descrive “giornalista, senatore e guru economico della Lega”, ma anche “responsabile della Scuola di formazione politica del Carroccio” e “responsabile economico di ‘Noi con Salvini’” (dire bancarottiere pare brutto). Le sue passioni sono due grandi classici della Ladropoli nazionale: le grandi opere inutili e il condono fiscale per gli evasori (che lui chiama “pace fiscale per i deboli”). Su quelli, non transige. E finge sempre di avere sottomano dati freschissimi e modelli econometrici che confortano le sue bizzarre teorie, confortate del resto dai calcoli personali che lui effettua quotidianamente sul pallottoliere che porta sempre a tracolla. Il che spiega le diffidenze europee sui conti italiani ogni volta che a Bruxelles leggono una sua intervista. Sempre pronto a estrarre di tasca il contratto di governo per il capitolo Flat Tax, Siri se lo scorda seduta stante se qualcuno – sempre a norma di contratto – obietta sul ridicolo Tav Torino-Lione. Che, essendo totalmente inutile, lui vuole fortissimamente realizzare, anche se non sa bene perché. Infatti a domanda risponde con supercazzole del tipo: “Sul Tav con Di Maio troveremo un punto di caduta” (e, mentre lo dice, indossa il caschetto giallo per attutire i massi che cadono dalle montagne della Val di Susa durante gli scavi). O ancora: “Noi ci abbiamo messo la faccia con gli elettori, Tria è più un tecnico”, e a proposito della faccia che ci ha messo lui ricordiamo che è genovese, ma è stato eletto in Emilia Romagna. Ma il meglio di sé, dicevamo, Siri Pret à Straparler lo dà sulla “pace fiscale” (senza mai spiegare chi abbia dichiarato guerra a chi): cioè sul condono.

Lì, va detto, appare più padrone della materia (anche se prima parlava di un “condono da 60 miliardi” e ora ha più modestamente ripiegato su 20). Forse perché lo riguarda da vicino. Al suo attivo, infatti, oltre alla condanna per bancarotta, vanta anche, nell’ordine: un socio indagato per corruzione dall’Antimafia di Reggio Calabria; una casa pignorata per 40 mila euro di debiti con l’Inpgi (la cassa di previdenza dei giornalisti) e 320 multe per affissione abusiva di manifesti non pagate al Comune di Milano per 148 mila euro (con tre ordinanze di ingiunzione rimaste inevase). Se, come dice lui, la “pace fiscale” consentirà agli evasori di saldare le cartelle esattoriali versando un importo scontato “su tre diverse aliquote del 25, del 10 e del 6% della somma dovuta”, sarà fra i primi a beneficiarne e l’Inpgi e il Comune di Milano saranno fra i primi a rimetterci. A meno che non abbia nel frattempo deciso di pagare i debiti: il Fatto gli ha chiesto più volte se intendesse farlo e lui, con grande trasparenza, non ha mai risposto. Ho provato, sull’iPhone di un amico, a domandare all’altro Siri, l’assistente digitale, se il suo omonimo sottosegretario pagherà i suoi debiti tutti interi o, piuttosto, scontati grazie alla pace fiscale da lui stesso architettata. Ma Siri (nel senso della app), che è persona seria, mi ha detto di non avere nulla a che fare con lui, mi ha minacciato di querela e, sempre amabilmente, mi ha mandato a fare in culo.

Sorgente: È caduto giù l’Armando – Il Fatto Quotidiano

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