È caduto giù l’Armando – Il Fatto Quotidiano

Ci voleva un “premier per caso”, che non deve conquistarsi riconferme o ricandidature o rielezioni, per dire ciò gli italiani onesti attendevano di sentirsi dire da tempo immemorabile. Non basta un’indagine a stroncare la carriera di un politico, ma non basta neppure l’assenza di una condanna definitiva per lasciarlo al suo posto. Tutto dipende da ciò che ha fatto e dal giudizio etico, deontologico e politico che si dà della sua condotta, con tempi e parametri totalmente diversi da quelli penali. Il giudizio di Giuseppe Conte sul sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri, inquisito per corruzione insieme all’imprenditore-faccendiere Paolo Arata, è diverso da quello della Lega (che lo difende a oltranza) e dei 5Stelle (che lo vogliono fuori dal governo perché indagato per corruzione in combutta col socio di un pregiudicato per corruzione imputato per mafia). Il premier s’è fatto un’idea precisa sia dell’indagine sia delle condotte politiche di Siri che essa ha svelato e che l’interessato, fra una bugia e l’altra, ha finito con l’ammettere. Nell’incontro di lunedì notte, si è fatto mostrare da Siri le carte depositate dai pm e prelevate dai suoi legali, con le intercettazioni fra Arata e il figlio che hanno convinto i pm a contestargli una tangente (promessa o incassata, poco importa) di 30 mila euro in cambio di favori legislativi. Ma non è per quelle che Conte ha deciso di estrometterlo dal governo: Arata sr. dice ad Arata jr. che il favore di Siri gli è costato 30 mila euro. E altri elementi indiziari sembrano confermare la mazzetta.

Ma, per quanto improbabile fra padre e figlio, è sempre possibile che si tratti di millanterie. In un clima politico così intossicato, due persone che sospettano di essere intercettate potrebbero accordarsi per inguaiare qualcuno con false accuse. Dunque non può bastare così poco per eliminare un politico. Eppoi, se i pm avessero “solo” quelle intercettazioni, oltre alla conferma delle manovre di Siri per piazzare l’emendamento ad Aratam, potrebbero decidere di archiviarlo: ci vuol altro per dimostrare in giudizio una corruzione anche solo tentata. Ma, anche senza quelle intercettazioni e quell’accusa, Siri non può più far parte del governo, specie se questo si fregia dell’impegnativa qualifica del “cambiamento”. E ieri Conte l’ha spiegato bene, respingendo lo sgarbato e maldestro tentativo in extremis della Lega di tappargli la bocca proprio nell’ora fissata per la conferenza stampa, con l’annuncio-supercazzola delle dimissioni postdatate di Siri “se i pm non lo interrogano e archiviano entro 15 giorni”.

I pm non hanno, in questa fase preliminare, alcuna intenzione di sentire o archiviare Siri: cercano riscontri all’ipotesi accusatoria e, oltre agli elementi depositati dai suoi legali dinanzi al Riesame, non possono scoprire altre carte. È Siri che vuole essere sentito, e probabilmente lo sarà, per rilasciare “dichiarazioni spontanee”, che sono tutt’altra cosa da un interrogatorio: questo consiste nelle domande dei pm, nelle risposte dell’indagato e nelle successive contestazioni dei pm; le dichiarazioni spontanee sono un monologo dell’indagato dinanzi ai pm muti, che verbalizzano le sue parole senza muovere alcuna contestazione. Dunque, anche se ciò avverrà, nulla cambierà ai fini dell’indagine. Né, tantomeno, dei fatti politici fin qui accertati dalle testimonianze dei ministri 5Stelle e dei funzionari del Mise sul pressing di Siri, durato 8 mesi, per infilare la norma pro Arata in questo o quel provvedimento. Con una sintetica ma efficace lezione di diritto costituzionale, Conte ha spiegato che le leggi sono “provvedimenti generali e astratti”, di solito validi per il futuro: quella spinta da Siri era una norma particolare, concreta e rivolta al passato, una sorta di sanatoria retroattiva per aumentare i guadagni privati con soldi pubblici dell’azienda di Arata (e del suo socio occulto imputato per mafia). Altro che aiuto alle energie alternative: era una marchetta ad personam, per giunta tentata alle spalle del premier, dei ministri e dei cittadini.

Ecco perché Siri è fuori dal governo: non perché sia colpevole di corruzione (questo lo stabiliranno o lo smentiranno i giudici fra qualche anno), ma per il conflitto d’interessi – e che interessi! – di cui si è fatto portatore per conto di Arata (questo lo sappiamo senza dubbi da quando lui stesso, dopo averlo negato, l’ha ammesso). E, così facendo, ha perso la fiducia del premier e di tutto il governo, oltreché dei cittadini. Se i leghisti fossero un partito serio, avrebbero dovuto sfiduciarlo subito per aver gabbato anche loro. Ma, visto che non l’hanno fatto e continuano a difenderlo a dispetto dei santi, del discredito, delle sue ammissioni e delle loro contraddizioni (Salvini chiese le dimissioni di indagati e addirittura di non indagati del centrosinistra coinvolti in conflitti d’interessi, da Alfano alla Boschi, dalla Guidi alla Cancellieri, giù giù fino alla governatrice umbra Marini), autorizzano un sospetto: che nella Lega qualcun altro sapesse della marchetta e del suo mandante. Del resto Salvini continua a sorvolare su Arata, come se fosse un passante e da FI alla Lega l’avesse portato la cicogna. Ma non spiega perché il 16 luglio 2017 – quando Salvini racconta di averlo conosciuto per la prima volta – quello strano affarista ligure-siciliano già parlava da padrone al convegno programmatico leghista di Piacenza; perché Salvini, appena divenne vicepremier, tentò di piazzarlo al vertice dell’Authority dell’energia; e perché due mesi fa Giorgetti assunse il figlio come “esperto” a Palazzo Chigi. Se il sottosegretario resta imbullonato alla poltrona, sarà inevitabile che il “caso Siri” diventi lo “scandalo Lega” e poi lo “scandalo Salvini”.

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