Dal tramonto all’alba – Il Fatto Quotidiano

Sempre più spesso, come diceva Altan, mi vengono in mente pensieri che non condivido. Dunque non vedo l’ora che passi la famosa legge Salvini sulla (il)legittima difesa. Intanto perché voglio vedere come farà il Pd a votare contro, avendone scritta (e approvata alla Camera!) una pressoché identica nel 2016, che dava licenza di sparare ai ladri o presunti tali ma solo dopo il tramonto (Salvini e i suoi giureconsulti, tipo la Bongiorno, si limitano a estenderla al resto della giornata). Eppoi perché non c’è miglior cartina al tornasole per lumeggiare il modus governandi della Lega: approvare, con gran battage pubblicitario, gride manzoniane che non servono a nulla e a nessuno, quando non fanno danni seri, ma illudono tutti di essere più sicuri. I dati del ministero della Giustizia dicono che, di derubati che sparano ai ladri, solo 3 o 4 all’anno (in tutta Italia) vanno a processo: tutti gli altri vengono archiviati prima, in fase d’indagine, una volta appurato che stavano difendendo la propria vita o un bene proporzionato. Ergo chi straparla di centinaia, forse migliaia di derubati costretti a interminabili calvari processuali mente per la gola: basta e avanza la legge esistente, scritta non da mammolette buoniste, ma dal governo B. del 2006, sotto il ministro leghista Roberto Castelli, che rendeva più tollerante per gli sparatori il già largo Codice Rocco (1930, Anno VIII dell’Era Fascista).

E nessuna nuova legge potrà mai impedire a un pm che trovi un morto ammazzato in casa d’altri di aprire un’indagine per scoprire chi l’ha ucciso e perché. Altrimenti chi volesse far fuori qualcuno non avrebbe che da invitarlo a cena, sparargli in fronte, raccontare agli inquirenti che il tizio era lì per derubarlo e pretendere che gli credano sulla parola. Dunque la legge Salvini, peraltro in forte odore di incostituzionalità in Italia e in Europa, non servirà a niente e a nessuno. Ma farà molti danni, perché illuderà i soliti esaltati che si possa sparare a vista, istigandoli a farlo. Dopodiché quelli, se ci riusciranno, finiranno in galera e, dalla loro cella, daranno la colpa a Salvini, ma troppo tardi. Se invece non ci riusciranno, finiranno essi stessi ammazzati, perché i ladri sapranno di incontrare più vittime armate e spareranno per primi più di quanto facciano oggi. L’altro giorno, in una sensatissima e dunque contestatissima intervista a La Stampa, Piercamillo Davigo faceva notare la schizofrenia dei nostri politici, che han passato 25 anni a cancellare la certezza delle pene fra indulti, depenalizzazioni, misure alternative e svuotacarceri, e ora che i buoi sono scappati dalla stalla fingono di chiudere le porte.

I centrodestri e i “garantisti” un tanto al chilo, oltre ai soliti avvocati delle Camere penali, non sopportano che Davigo dica la verità: e cioè che in Italia si va in carcere di rado e, quelle rare volte, ci si resta molto poco. Ma le statistiche parlano chiaro. Chi sproloquia di sovraffollamento delle carceri e si fa forza delle continue condanne subìte dall’Italia, ignora che il nostro Paese è così furbo da prevedere per ogni detenuto una capienza minima tollerabile di 9 metri quadri per ogni cella singola, cui ne vanno aggiunti 5 per ciascun detenuto in quelle multiple. Invece la capienza minima della Corte europea dei diritti dell’uomo è di 3 metri quadri pro capite, e quella del Comitato per la prevenzione della tortura di 4. Così per l’Italia una cella di 14 metri quadri non può contenere più di 2 detenuti, mentre per la Cedu ne può ospitare 4 o 5. E l’Italia viene condannata a pesantissimi risarcimenti in base ai propri parametri, fra l’altro neppure previsti da una legge, ma da semplici regolamenti. Una follia suicida, che ci scredita come paese torturatore e ci costa pure centinaia di milioni. “L’Italia – ammise nel 2013 l’allora Guardasigilli Annamaria Cancellieri – calcola la propria capacità ricettiva secondo un parametro più alto di quello utilizzato in Europa”. Ma nessun governo ha mai fatto una leggina che ci uniformi agli standard europei. Dopodiché, tra il (presunto) sovraffollamento delle carceri e il (presunto) eccesso di carcerazione, non c’è alcun rapporto: per sapere se abbiamo troppi o troppo pochi detenuti, bisogna confrontarne il numero con quello dei delinquenti e dei delitti, oltreché col totale della popolazione.
Ed entrambi i raffronti dicono che l’Italia è uno dei paesi con meno detenuti. Nessun altro Stato europeo può vantare almeno tre regioni su 20 infestate dalla criminalità organizzata, né livelli così patologici di corruzione e di evasione. Eppure abbiamo 89,3 detenuti ogni 100 mila abitanti, contro una media di 150 degli Stati membri del Consiglio d’Europa. A parte il record mondiale degli Usa (693 detenuti ogni 100 mila abitanti, per un totale di 2,2 milioni), ne hanno molti più di noi la Repubblica Ceca (205), la Slovacchia (186), il Portogallo (139), la Spagna (130), Malta (131), Lussemburgo (112), Belgio (105), Francia (102,6), Austria (95), Grecia (90). Pochi reclusi, e per poco tempo. Ogni anno entrano nelle carceri italiane 90 mila detenuti (di cui solo lo 0,3% sono colletti bianchi) e ne escono quasi altrettanti: 80 mila. Il che comporta un turn over frenetico e una durata media delle detenzioni di appena 90 giorni: per ogni ergastolano, ci sono centinaia di delinquenti che restano dentro uno o due giorni. Compresi i ladri, che per fare almeno qualche giorno di galera devono compiere sforzi immani per strappare condanne superiori ai 4 anni: fino a quella soglia (che poi è il 90% delle condanne), infatti, si sta comodamente fuori ai servizi sociali o ai domiciliari. Un ministro della Sicurezza farebbe qualcosa per assicurare i ladri alle patrie galere. Invece il ministro della Propaganda li lascia a spasso e poi affida alle vittime il compito di abbatterli a fucilate.

Sorgente: Dal tramonto all’alba – Il Fatto Quotidiano

Hits: 27

Precedente Estrazioni del Lotto - Ultima Estrazione del Lotto - Risultati e Archivio Successivo Meteo Abruzzo 1 marzo