Confessi e sconfessati – Il Fatto Quotidiano

Noi, com’è noto, siamo grandi fan di Bernard-Henri Lévy, l’intellò da baguette più à la page del bigoncio. Tant’è che, se avessimo qualche spicciolo da buttare, lo noleggeremmo per tenerlo in giardino e mostrarlo agli amici. E, se avessimo un paio d’ore da buttare, assisteremmo allo spettacolo teatrale che sta portando in tournée per tutta Europa, per spiegarci come dobbiamo votare alle elezioni europee, in vista della “nuova resistenza contro l’idra populista”. Non per distoglierlo dall’ultima missione per conto di Dieu, che lo vede engagé h24, ma pensavamo che avrebbe dedicato qualche minuto al suo vecchio copain Cesare Battisti e alla sua fresca confessione dei quattro omicidi per cui era stato a suo tempo condannato ad altrettanti ergastoli da quei fascisti dei giudici italiani. Bernard nonché Henri lo definiva “scrittore arrabbiato e imprigionato”, manco l’avessero condannato per nervosismo molesto. Lo paragonava al “capitano Dreyfus”, credendosi Émile Zola. Invitava l’Italia a “voltare la pagina degli anni di piombo” (che non c’entrano una mazza coi morti ammazzati nelle rapine in gioielleria). Ed era in buona compagnia.

Ma negli ultimi giorni, dei tanti maître e maîtresse à penser, italiani e francesi, che avevano solidarizzato con appelli, manifesti, campagne e gridolini di dolore per il nuovo Silvio Pellico, quasi tutti hanno commentato la confessione che li sconfessa. Chi aveva già ritirato la firma. Chi ha chiesto scusa per l’abbaglio. Chi ha arditamente sostenuto (Francesco Merlo su Repubblica) che la sinistra non c’entra nulla con la beatificazione dell’assassino a opera di decine di intellettuali di sinistra. Chi – come Fred Vargas e più modestamente Piero Sansonetti – ha tenuto il punto, convinto che il reo confesso è innocente ma non lo sa. Giù giù fino all’editrice “innamorata” Gwenaelle Denoyers, che ha rinviato la pubblicazione del nuovo romanzo, ambientato nel Brasile della latitanza. All’appello manca solo la voce di BHL, come il nostro si firma su Twitter, tipo corriere-espresso. Le sue ultime dichiarazioni in materia risalgono a un mese fa, su Rai3 da Lucia Annunziata. Col consueto look da coiffeur pour dames, anzi da toiletteur pour chien, ciuffo cotonato a favore di vento, camicia aperta sul petto epilé con colletti modello Air France, e con la sicumera di quello che non capisce nulla ma ti spiega tutto, monsieur le paraguru la prende alla larga. Ha definito “camicie brune” (i nazisti) i Gilet gialli che osano contestare Macron, il suo ultimo idolo dopo Mitterrand, Sarkozy e Renzi (lui porta buono).

L’Annunziata gli ha domandato: “È mai sceso in strada per parlare con loro?”. Risposta: “No, faceva troppo freddo”. E poi, diciamolo, il popolo puzza. In Italia, per dire, se dà il voto a quelli che non garbano a lui, “sbaglia”: “I popoli non hanno sempre ragione”. E vanno rieducati comme il faut. In un recente articolo su La Stampa, BHL proponeva addirittura di abolire gli elettori, almeno in Italia dove sbagliano a votare, e di sostituirli con la dittatura illuminata (da lui) della Bce: “Propongo che Draghi mobiliti le forze di polizia”. La nuova democrazia di Vogliamo i colonnelli è l’ultima svolta filosofica di questo “disc jockey delle idee” (come lo definì il Nouvel Observateur), passato dal trotzkismo al maoismo (“il capitalismo è la più formidabile macchina di morte della storia”), dal terzomondismo all’atlantismo, dal pacifismo al coup de foudre per le bombe della Nato sull’ex Jugoslavia e sulla Libia. Senza dimenticare la sua sbandierata amicizia con il comandante afghano Massoud, ovviamente inventata. E il suo leggendario elogio – nel libro De la guerre en philosophie – al filosofo neokantiano Jean-Baptiste Botul, purtroppo mai esistito (se l’era inventato Le Canard Encahiné e lui ci era cascato con tutte le scarpe e les pompons). A quel punto l’Annunziata obietta: “In Italia c’è chi dice che le istituzioni internazionali sono in mano alle élite”. E lui: “Se le élite sono la Democrazia Cristiana, che ha governato per tanti anni, è chiaro che bisogna sbarazzarsene. Se sono il coraggio politico di Carlo Calenda, la virtù di Matteo Renzi, la memoria di Eugenio Scalfari, sono belle élite. Viva le élite!”. Riassumendo: se uno vince le elezioni (come la Dc), raus; se invece le perde (come Calenda e Renzi), evviva. Decide lui. Anche per il futuro: “Alle Europee vinceranno Macron e Renzi (sic, ndr), mentre Salvini prenderà una bella mazzata”. A quel punto, mentre Salvini brindava a champagne lo scampato sostegno di BHL e Calenda e Renzi si grattavano per esorcizzare le conseguenze del nefasto coming out, il nostro parlava dell’amato serial killer: “Battisti ha diritto a un vero processo, a vedere i suoi accusatori e il giudice che lo giudica. Invece, è stato condannato all’ergastolo in contumacia”. E vagli a spiegare che Battisti non vide gli accusatori e i giudici perché si era dato alla latitanza a Parigi prima dei processi. Voi capite perché siamo curiosi marci di conoscere il suo illuminato parere sulla confessione di Battisti. In particolare su quel passaggio in cui il pluriomicida si fa beffe dei suoi fan italo-transalpini che l’avevano scambiato per un intellettuale: “Gli appoggi di cui ho goduto sono stati il più delle volte di carattere politico, rafforzati dal fatto che io ero ritenuto un intellettuale, scrivevo libri, per cui nessuno sentiva il bisogno di agire contro di me. Questo mio ruolo da intellettuale era una precisa garanzia che, a prescindere dal mio passato, ero una persona non più pericolosa e quindi, anche per questo motivo, nessuno mi ha dato la caccia”. In effetti, in certi ambienti, la patente di intellettuale è più accessibile di quella del motorino. Basti pensare che passa per un intellettuale persino Bernard-Henri Lévy.

Sorgente: Confessi e sconfessati – Il Fatto Quotidiano

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