Clownterapia – Il Fatto Quotidiano

Uno dei motivi del boom degli ascolti tv, oltre agli arresti domiciliari forzati per milioni di italiani, è il balsamico diradarsi degli ospiti politici. In particolare, di quelli che non hanno niente da dire, cioè quasi tutti. Non che per ciò stesso ne guadagni l’autorevolezza dei programmi, anzi: quando uno vede Toni Capuozzo travestito da Savonarola con le Samsonite sotto gli occhi che ci ricorda che dobbiamo morire o la suffragetta dei due Matteo agghindata da prima della Scala fuori stagione in décolleté e visone sulla spalla, vien da rimpiangere pure Scalfarotto e la Santanchè. Però il nostro pensiero corre affettuoso e solidale ai plotoni di politici morti di fama, non tanto perché costretti alla quarantena (lì la solidarietà va ai familiari che li hanno tra le palle h 24), quanto perché forzati all’astinenza da telecamera. Come passeranno le giornate? Come sopperiranno alla carenza di primi piani? Quali droghe, vista l’oggettiva difficoltà degli approvvigionamenti, li aiuteranno a resistere? Costringeranno figli, nipoti, coniugi e genitori a improvvisare talk show domestici per dire la loro su virologia, Ue, Mes, Draghi e governo prima e dopo i pasti? Comizieranno dai balconi molestando i vicini in cerca di silenzio e aria buona? Sappiano che siamo con loro, purché a debita distanza: non di 1 metro, di 1 chilometro.

Lo strazio, se possibile, aumenta quando pensiamo a due sedicenti leader che potrebbero stare a Palazzo Chigi o nelle vicinanze ma, per opposte circostanze avverse, sono confinati al ruolo di peli superflui: Salvini, che il famoso 8 agosto ’19 si autoconfinò all’opposizione; e l’Innominabile, che dal 4 dicembre ’16 non fa che suicidarsi e nessuno capisce come faccia, visto che l’omicidio di un morto è già complicato, ma il suicidio di un morto, per giunta reiterato, è tecnicamente impossibile. Avendo molto tempo libero, i due Matteo passano le giornate a elemosinare interviste. Il primo, più fortunato, può offrire un book completo di gag da vecchio guitto, tipo l’intervista con rosario incorporato, trovando almeno una D’Urso che ci casca. L’altro, più sfortunato e monotono, propone sempre lo stesso sketch: “Che ne dite se vengo e sputtano il governo? Vi faccio il numero del ‘riapro subito’? Viene ganzo, l’ho provato e riprovato allo specchio del bagno! Interessa l’articolo?”. E finisce come il Verdone di Un sacco bello che chiama freneticamente i quattro-cinque nomi che ha in agenda, compresi l’elettrauto, la sarta, i centralini delle Ffss e dello stadio (registrato sia con la O di “Olimpico Stadio” sia con la S di “Stadio Olimpico”): regolarmente sfanculato.

Ieri il Cazzaro Verde ha trovato ospitalità sul Giornale e, intervistato nientemeno che da Sallusti, ha lanciato il suo farmaco anti-Covid: “pace fiscale e pace edilizia”, cioè condono tombale, “reset totale”. E poi, a fine crisi, un bel governo con lui, i malcapitati “Draghi, Tremonti, Sapelli” e altre “persone intelligenti” scelte da lui, noto talent scout. Per ora, trovandosi in tasca “200 miliardi” e non sapendo che farsene, vorrebbe tanto offrirli al governo Conte, perché “il mio riferimento oggi è Conte, voglio lavorare con lui”. Ma purtroppo “non mi sembra interessato al nostro contributo”. Chissà mai perché.
L’Innominabile, frattanto, appare più in affanno. Domenica, per miracolo, aveva trovato udienza su Avvenire. Poi ci è cascato il Corriere con la solita Meli, ma lì giocava in casa. Ieri s’è dovuto accontentare del rag. Cerasa sul Foglio. Che, com’è noto, non butta via niente, nemmeno la gag di terza o quarta mano del “Riaprire l’Italia prima di Pasqua”. Meno frusta la seconda trovata che eguaglia per cialtroneria la Costituente di Sala: una “commissione d’inchiesta per capire cosa è andato storto tra gennaio e febbraio. Cosa non ha funzionato, chi ha fallito”. Già, perché lui a gennaio, cioè un mese prima del Paziente 1 di Codogno, aveva già capito tutto sul coronavirus (anche se, schivo com’è, se lo teneva per sé): e con lui i famosi “esperti” che “ci dicevano che il virus sarebbe arrivato presto da noi”. Tipo l’amico Burioni, che il 2 e l’11 febbraio dichiarava: “In Italia il rischio è zero. Il virus non circola”, “Dobbiamo avere paura del coronavirus così come abbiamo paura dei fulmini”. Quindi vuole una commissione d’inchiesta per impiccare Burioni (dopo quella sulle banche che incenerì la Boschi). Il tutto perché, assicura, “le polemiche vanno messe in quarantena”. Ma c’è pure una battuta inedita, da scompisciarsi: “L’Europa sta facendo tutto il possibile per aiutarci” (ad affondare). Già sentita invece quella di “rimettere in sesto e in sicurezza tutte le scuole d’Italia”: ma non l’aveva già detto e soprattutto fatto lui nei famosi “cento giorni” del suo prodigioso governo? L’ideona del giorno però è un’altra: “Chiedo a Gualtieri un miliardo per rifare le strade”, che oggi come oggi è proprio quel che ci vuole, e comunque ci pensa lui con la betoniera di babbo e mamma. Casomai Gualtieri avesse il braccino corto, il cantoniere di Rignano può sempre farsi dare il miliardo da Urbano Cairo o da Salvini, che sono di manica più larga: infatti sparano botte di 2-300 miliardi al giorno (devono aver messo su una stamperia clandestina come Totò e Peppino). Alla fine il Rignanese oppone al coronavirus l’arma segreta: clownterapia. Una freddura via l’altra, a raffica. “Non cerco visibilità” (se no non parlerebbe a un giornale clandestino). “Non mi interessano i sondaggi” (adesso che è sotto a +Europa). “Non mi interessa il consenso” (bella forza: non ce l’ha). “Le mie idee sono open source, aperte a tutti, fate finta che non siano di Renzi” (come se fosse facile trovare un altro che spara simili cazzate). “Sia chiaro che un competente non vale come un incompetente” (quindi, per fortuna, lui è spacciato).

Sorgente: Clownterapia – Il Fatto Quotidiano

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