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Ma mi faccia il piacere – Il Fatto Quotidiano

Sostituzione di persona. “Se evitiamo la procedura d’infrazione è perchè i nostri progetti di fatturazione elettronica e fisco digitale hanno portato altri 2,9 miliardi di euro salvando l’Italia” (Maria Elena Boschi, deputata Pd, 7.7). Delle due l’una: o per tre anni la Commissione Ue non se n’era accorta e poi l’ha scoperto giusto in extremis; oppure la Boschi si crede Conte. In ogni caso, c’è qualcuno da far visitare da uno bravo.

Creduloni. “Da ieri, nel Centro di Permanenza per i Rimpatri di Pian Del Lago, 72 ‘ospiti’ stanno facendo lo sciopero della fame in segno di protesta contro il loro trattenimento presso la struttura… Peggio per loro, vorrà dire che risparmiamo un po’ di soldi prima di espellerli” (Matteo Salvini, Lega, ministro dell’Interno, Twitter, 4.7). Il guaio è che alla frottola delle espulsioni immediate ci avevano creduto persino loro.

Fu(r)bini. “Mi permetto una domanda ai coraggiosi ‘colleghi’ (virgolette d’obbligo) del Fatto: avete fatto controllare ai vostri amici se io sono in regola con le bollette della luce?” (Federico Fubini, vicedirettore del Corriere della sera, cancellato nel lontano 2005 dall’Ordine dei giornalisti per morosità, Twitter, 10.7). Tesoro, le tue virgolette sono la nostra medaglia.

Lo stratega. “Del resto fui io a ottenere, con lo storico accordo di Pratica di Mare 2003, che la Russia si associasse all’Alleanza Atlantica ponendo fine a mezzo secolo di guerra fredda” (Silvio Berlusconi, presidente FI, intervistato da Alessandro Sallusti, il Giornale, 7.7). E niente, non c’è verso di trovare qualcuno che gli spieghi che la Russia non è mai entrata nella Nato.

Resipiscenza operosa. “Allarme ignoranza” (titolo di prima pagina, il Giornale, 11.7). Ah ecco, con comodo se n’è accorto persino Sallusti.

Lo storico. “L’Italia può e deve essere protagonista di una nuova stagione di multilateralismo sincero e concreto, perché non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia” (Manlio Di Stefano, M5S, sottosegretario agli Esteri, 5.7). Un caro saluto dalla Libia e dall’Etiopia.

Che due marò. “Qualcuno ha tradito i due marò italiani” (Giulio Terzi di Sant’Agata, ministro degli Esteri di Monti, Libero, 9.7). Furono i due pescatori indiani, suicidandosi apposta per far ricadere la colpa sui nostri marò.

S lurp/1. “Fiat ha 120 anni: come sta e cosa rappresenta?”, “Cosa vi distingue?”, “Eredità del passato e nuove sfide legate insieme, nel segno del cambiamento”, “Quanto conta l’equilibrio fra radici italiane e alleanze globali?”, “Nel suo recente intervento all’Amma, a Torino, ha tracciato un parallelo tra le origini di Fiat e quanto sta avvenendo ora nel settore auto. Perchè?”, “E poi c’è Pacifica Waymo. Le auto che si guidano da sole quanto cambieranno le nostre vite?”, “”Quali le conseguenze di tale impegno sull’innovazione?”, “In che senso?”, “Che cosa ha trasformato l’auto da un prodotto del Novecento in una frontiera del cambiamento tecnologico?”, “Che ruolo hanno i robot nel vostro sistema produttivo?”, “L’intelligenza artificiale che impatto è destinata a avere?”, “Perchè l’auto continua a incarnare, come a fine Ottocento, la trasformazione tecnologica?”, “Come sta ambiando l’azienda dal di dentro?” (le migliori domande di Maurizio Molinari, direttore de La Stampa, gruppo Fca-De Benedetti, a John Elkann, presidente del gruppo Fca, 11.7). Non bastassero le domande, ecco una risposta a caso di padron John: “La Pacifica è l’unica auto autonoma al mondo al momento funzionante, come ha documentato in esclusiva La Stampa poche settimane fa”. Magda tu mi adori? E allora vedi che la cosa è reciproca?

Slurp/2. “Salvini è un superfemminista. Crede nella parità tra uomo e donna al punto che tratta le donne alla pari, nel bene e nel male. Chiamando Carola ‘sbruffoncella’ l’ha elevata a interlocutrice politica, insomma le ha fatto un regalo” (Annalisa Chirico, Libero, 11.7). Lo dice sempre, lui, che la donna è la migliore amica dell’uomo.

Il titolo della settimana/1. “Soldi da Mosca, lite M5S-Lega” (il Messaggero, 11.7). Ah, ecco cos’è: non l’ennesimo scandalo della Lega, ma una lite con i 5Stelle. Chissà che ci credevamo.

Il titolo della settimana/2. “L’affaire russo fa litigare gli alleati. ‘La Lega chiese rubli’. ‘Quereliamo’” (Corriere della sera, 11.7). Querelate chi chiese rubli o chi non ve li ammollò?

Il titolo della settimana/3. “La sinistra nasconde i rubli. Il Pd attacca ma dimentica che Mosca ha sempre finanziato il Pd” (il Giornale, 12.7). Per non parlare della battaglia di Zama.

 

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Levategli i social – Il Fatto Quotidiano

Mentre SalviniSavoini e i leghisti tutti sono in piena sindrome da accerchiamento, temendo – e ne hanno di che – cimici, trojan, spie, pedinamenti, complotti, congiure, trappoloni, vendette internazionali e indagini nazionali per la loro disinvolta politica estera da bar, anzi da piano bar (“Oggi qui, domani là”), e i loro ancor più disinvolti sistemi di autofinanziamento, dovrebbero arrendersi a un dato di fatto: oggi per incastrare un politico non c’è più bisogno di intercettarlo, basta intervistarlo. O seguire una sua diretta Facebook. O consultare i suoi social. La politica ha sempre avuto un lato oscuro, affidato a segretissimi mediatori, faccendieri, facilitatori che agivano nell’ombra e di cui nessuno ha mai conosciuto l’identità, né tantomeno le attività. Si sapeva solo che c’erano, e agivano. Pensiamo soltanto alla zona grigia delle missioni segrete fra Est e Ovest durante la guerra fredda, o fra israeliani e arabi. Ogni tanto qualcuno finiva nelle maglie della giustizia, grazie a intercettazioni o soffiate altrui, e tutti fingevano di non conoscerlo: mentivano, certo, ma senza tema di smentita. Ora mentire senza tema di smentita è quasi impossibile. E non solo per le intercettazioni, che sono sempre esistite fin da quando esiste il telefono. Ma per una gravissima patologia che affligge i politici del XXI secolo: la socialite. Qualunque cosa facciano (o addirittura non facciano), si affrettano a postare un selfie, a lanciare un tweet, a pontificare su Fb, a farci una storia su Instagram. Poi si dimenticano di quel che han detto o fatto, e dicono o fanno il contrario. Sempre in diretta social. Anche perché, quando si mente sempre, tenere il conto delle bugie e coordinarle nel tempo è pressoché impossibile.

Naturalmente gli agenti segreti esistono anche oggi, ma sui social non li trovate: ecco perché dipingere Gianluca Savoini come un tenebroso agente segreto del putinismo in Italia fa ridere. È uno dei tanti vicecazzari che circondano il Cazzaro Verde. Talmente agente e talmente segreto da postare i suoi autoscatti in ogni missione estera al seguito del capo, sempre al suo fianco nei tavoli ufficiali: da Mosca (nove volte in quattro anni) a Parigi, dal Marocco al Donbass, da Londra alla Crimea, da Arcore all’ultima cena romana con Putin. Nessuna persona sana di mente può credere che una grande impresa italiana in affari con la Russia passasse attraverso di lui per accreditarsi. Il che non sminuisce minimamente l’entità dello scandalo che sta travolgendo la Lega, anzi se possibile l’aggrava.

Perché ricorda le condotte disinvolte, anche se non nelle hall degli hotel ma nelle alcove di ville e dacie, del penultimo leader del centrodestra: Silvio B. Disinvolte non per quel che faceva sotto le lenzuola, ma per la presenza di decine di testimoni oculari del tutto incontrollabili (le “olgettine”), in grado di passare informazioni a chiunque, teoricamente anche a servizi italiani ed esteri, rendendo ricattabile l’allora premier. L’attuale vicepremier s’è cacciato e ci ha cacciati nella stessa condizione, circondato com’è di faccendieri malaccorti che vanno a zonzo a parlare di soldi alla Lega: prima Arata, socio di un affarista arrestato per i suoi finanziamenti a Messina Denaro, e ora Savoini, indagato per corruzione internazionale. Quando a febbraio l’Espresso svelò quel colloquio all’hotel Metropol di Mosca a base di petrolio e milioni di dollari, il “Savo” negò di avervi mai partecipato: ora l’audio recapitato da manine anonime alla redazione di Buzzfeed l’ha puntualmente smentito. Costringendolo ad ammettere che c’era, ma “non mi riconosco nelle mie parole” (un capolavoro). Anche Salvini prova a fare il furbo, con le solite battutone su rubli, tesori, vodka e missili nucleari. Poi, a domanda del nostro Manolo Lanaro, entra nel dettaglio, com’è suo dovere, ma purtroppo racconta frottole: “Savoini non era invitato dal ministero dell’Interno” né a Mosca nell’ottobre 2018 (“Che ne so cosa ci facesse al tavolo! Chiedetelo a lui. Non mi è dato sapere cosa facciano a nome loro gli altri la sera”) né a Villa Madama alla cena di gala per Putin il 4 luglio. Insomma, un imbucato. E chi l’avrà mai invitato? Conte? Di Maio? Putin? Boh.

Purtroppo, in un’intervista del 2014 alla rivista russa International Affairs, a proposito di un’altra missione salviniana a Mosca per solidarizzare con la Russia contro le sanzioni occidentali, Salvini dichiarò: “La visita ha avuto più successo di quanto potessimo aspettarci. Il nostro lavoro è stato quello di rafforzare i contatti costruiti nei mesi scorsi dai miei rappresentanti ufficiali Gianluca Savoini e Claudio D’Amico (ex parlamentare della Lega e suo socio, ndr)”.

Così Savoini è stato sempre considerato anche dal governo russo, visto che Sputnik News – house organ putiniano in Occidente – lo definiva “responsabile dei rapporti con la Russia per la Lega Nord”. Il 17 luglio scorso, di ritorno da Mosca con Salvini già vicepremier e ministro dell’Interno, Savoini twittava: “È stato per me un enorme piacere poter accompagnare il Ministro Matteo Salvini nel corso della sua visita ufficiale a Mosca”. E subito dopo dichiarava al Foglio: “Sono nella Lega dal 1991, coordino gli incontri di Salvini con gli ambienti russi. Non è che adesso sia cambiata la situazione. Non vedo quale sia il problema, seguo Matteo da sempre… Chi critica la mia presenza, legittimata dal ministero dell’Interno, è rimasto fuori dalla storia e ha evidentemente nostalgia della guerra fredda. Io ho contribuito con i miei contatti, come ho sempre fatto. Non con i pescivendoli dei magazzini, naturalmente, visto che da sempre ho contatti istituzionali”. Due dichiarazioni recenti e convergenti che fanno di Savoini non un millantatore imbucato che “parla a nome suo”, ma appunto un “rappresentante ufficiale” (del vicepremier). E fanno di Salvini un bugiardo. Del resto, Salvini giura a Repubblica che “Savoini non ha mai fatto parte delle delegazioni ufficiali in missione a Mosca con il ministro né a quella del 16 luglio 2018 né a quella del 17 e 18 ottobre dello stesso anno”. Ma Savoini, il 17 luglio 2018, dichiarava sempre a Repubblica: “Ho sempre fatto parte delle delegazioni in Russia di Matteo Salvini sin da quando veniva in visita nella Federazione come segretario della Lega. Visite che ho contribuito a organizzare”.

C’è però un punto su cui Salvini potrebbe dire la verità. È quando dichiara: “Che fa Savoini nella Lega? Chiedetelo a lui”. Ma se davvero Salvini non avesse il controllo di Savoini, questa non sarebbe un’esimente, bensì un’aggravante: significherebbe che, una volta investito pubblicamente dei galloni di “rappresentante ufficiale” di Salvini, Savoini se ne andava in giro per il mondo a chieder soldi per la Lega insieme ad altri misteriosi faccendieri (il “Luca” e il “Francesco” ancora da identificare con certezza). E a promettere in cambio al governo russo chissà che cosa, a nome di uno dei due partiti del governo italiano.

Ora che la frittata è fatta, se non vuole che questo scandalo metta fine anzitempo alla sua carriera politica, Salvini non ha altra strada che espellere Savoini dalla Lega (se può permettersi di farlo); sciogliere la sua associazione Lombardia-Russia; raccontare tutto ciò che sa della missione di metà ottobre a Mosca (inclusi i suoi incontri nel pomeriggio o sera del giorno 17, tuttora ignoti); farsi rivelare dal “Savo” i cognomi di Luca e Francesco e comunicarli ai pm di Milano e ai cittadini, prima che saltino fuori per altre vie; scusarsi per le balle raccontate e per l’incredibile leggerezza con cui ha condotto i suoi rapporti con Mosca e poi con Washington; garantire al Parlamento, al premier Conte e ai partner di governo che i russi non hanno altre armi di ricatto da usare contro la Lega e dunque contro l’Italia; prendersi una lunga vacanza dai social; smetterla con le frottole e gli attacchi alla stampa; chiudersi nel suo ufficio al Viminale e fare ciò per cui è pagato, cioè il ministro dell’Interno.

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Russia-Lega, Marco Travaglio: «Salvini non ha altra strada che espellere Savoini dalla Lega» – Silenzi e Falsità

«Ora che la frittata è fatta, se non vuole che questo scandalo metta fine anzitempo alla sua carriera politica, Salvini non ha altra strada che espellere Savoini dalla Lega (se può permettersi di farlo); sciogliere la sua associazione Lombardia-Russia; raccontare […]

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Dal pirla al pirla – Il Fatto Quotidiano

Diceva Marx che “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia e la seconda come farsa”. Nello scandalo di Gianluca Savoini e dei presunti finanziamenti occulti alla Lega da Santa Madre Russia, invece, la storia si ripete due volte: ma la prima come farsa e la seconda pure. Come sempre, quando ci sono di mezzo la Lega e i soldi. Il 7 dicembre 1993 il pool Mani Pulite, che indaga sulla maxitangente Enimont, fa arrestare Alessandro Patelli, di professione idraulico e dunque tesoriere della Lega Nord. Questi ammette di aver ricevuto 200 milioni di lire da un emissario di Carlo Sama al Bar Doney di Roma ladrona: “Poi sono tornato a Milano, sono andato alla sede di via Arbe, li ho chiusi a chiave in un cassetto e me ne sono andato a casa a dormire. Quella notte, però, la sede venne scassinata, portarono via carte di ogni tipo e anche i quattrini. A Bossi non ho detto niente”. Il Senatùr la fa facile: ”Grazie a Di Pietro, scopriamo che con una mano il sistema dava e con l’altra toglieva. Questa è roba da servizi segreti deviati. Siamo caduti in un trappolone. Patelli è un povero pirla”. Poi raccoglie 200 milioni dai militanti in un pentolone di rame e li bonifica su un conto della Procura. Ma al processo si scopre che è stato Bossi a chiedere aiuto a Sama. Condannati sia il Senatur sia il Pirla.

Un’altra volta, per finanziarsi, la Lega mise in vendita le zolle del prato di Pontida: fallimento totale. Poi fondò la banca Credieuronord, per sottrarre i risparmi padani alle grinfie dei banchieri rapaci: l’istituto – usato anche per riciclare miliardi rubati al Tribunale fallimentare – fallì all’istante, con una scia di risparmiatori truffati. Ed evitò la bancarotta solo perché la rilevò Gianpiero Fiorani, il banchiere di Lodi, in cambio dell’appoggio leghista al doppio mandato per il governatore Fazio (costretto a dimettersi per lo scandalo prima di finire il primo). Allora i finanzieri del Carroccio ebbero l’ideona di battere moneta contro l’odiata lira: nacque il tallero padano, detto anche calderòlo in onore del noto economista che l’aveva pensato. Ancora peggio andò col mitico villaggio “Skipper” in Croazia che doveva garantire ai nordisti vacanze sicure, al riparo da négher e terùn, e rimpinguare le esangui casse del partito. L’astuta operazione, condotta personalmente dagli on. Bossi (con signora), Stefani e Balocchi, che avevano convinto un centinaio di dirigenti e militanti a investire decine di milioni di lire, fece bancarotta. Così, dopo Patelli, Stefani e Balocchi, arrivò il neotesoriere Francesco Belsito, calabro-genovese, già autista del ministro Biondi, dunque esperto in alta finanza.

Ora è passato alla storia per aver fatto sparire una parte dei 49 milioni di fondi elettorali, con investimenti in diamanti della Tanzania e in lauree farlocche in Albania per Bossi jr. detto il Trota. Frattanto, il nostro Savoini da Alassio, classe 1963, leghista della prima ora, si faceva le ossa come giornalista del Corriere mercantile su su fino alla Padania, dove tutti lo ricordano simpaticamente come “un nazista”, e all’ufficio stampa della Regione. Bossiano, poi maroniano e infine salviniano, ma sempre putiniano, divenne il portavoce del neosegretario Salvini. Sposò Irina Shcherbina da San Pietroburgo e fondò l’associazione Lombardia-Russia, con sede sul retro della sede di via Bellerio a Milano. Ogni volta che Salvini va a Mosca, se lo porta dietro come mascotte, anche se ora fatica a ricordare. Il “Savo” è sempre defilato, in fondo alle foto di gruppo, a mordere il freno. Il 18 ottobre, a Mosca al seguito di Matteo suo, la grande occasione della vita dopo trent’anni di onorata gavetta: un conciliabolo top secret con due italiani e tre russi sul petrolio da esportare in Italia e la cresta che riempirà finalmente le casse vuote della Lega. Lui pontifica sull’imminente new deal che rivoluzionerà l’Europa grazie a Matteo & Vladimir in cambio di un modico 4%. Nella foga, purtroppo, né lui né gli altri cospiratori s’accorgono di trovarsi nella hall dell’Hotel Metropol, infestato di cimici fin dalla Guerra fredda. Vengono tutti intercettati e il nastro finisce in pasto agli amerikani.

È il remake de Il compagno don Camillo, che si traveste da compagno Tarocci e vola con Peppone&C. in Russia. Lì la polizia li chiude a chiave in albergo, perché è caduto Kruscev a loro insaputa: infatti temono che il prete sia stato scoperto dal Kgb e cercano le leggendarie microspie in tutte le stanze, parlandosi a gesti. Quando poi ripartono per l’Italia, scoprono che i russi hanno sempre saputo la vera identità di don Camillo. Il quale, per contrappasso, deve poi portarsi in America Peppone travestito da monsignore. Un po’ come Salvini che, di ritorno da Mosca, volò tosto a Washington travestito da filoamericano antemarcia, facendo incazzare Putin e forse pure Savoini. Che, alla fine, può dirsi fortunato. Oltre alle cimici, da quelle parti sono anche specializzati in ricatti sessuali. Basta aver visto un altro film, Italians, con Carlo Verdone nei panni di un dentista che, a San Pietroburgo per un convegno, viene coinvolto in una serata sadomaso con una escort nella villa di un oligarca. Si aspetta un “soft massage sulla cervicale”. Ma lei, master and commander, lo colpisce sulla nuca col tacco 16 della scarpa. E lui: “Ma che te sei ‘mpazzita? Mica stai a attacca’ ‘n quadro! Mortacci tua! A cocainomane! A fija de ‘na mignotta! Tu matta totale! Tu malata mentale e forse anche molto drogata! I danni che fa ‘sta droga! A stronzi, ma che ve drogate a fa’?!”. Quindi all’incauto Savoini poteva capitare di peggio che un avviso di garanzia per corruzione internazionale. Fra l’altro solo tentata, perché pare che lui, diversamente da Patelli, alla Lega non abbia portato un rublo. Se quello era un pirla, lui che cos’è?

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Basta battute: risponda – Il Fatto Quotidiano

I fatti sono ormai stranoti, ne parlano tutti i quotidiani e i siti italiani, ma anche internazionali: il 18 ottobre 2018, mentre Matteo Salvini era in visita a Mosca e il giorno prima aveva parlato alla Confindustria russa, il suo ex portavoce Giampaolo Savoini, leghista a 24 carati e presidente dell’Associazione Lombardia-Russia, incontrava cinque personaggi di cui si ignora l’identità nella hall dell’hotel Metropol: due italiani (Luca e Francesco) e tre russi. I quali parlavano di una commessa di gasolio e cherosene all’Italia da 1,5 miliardi di dollari, per ricavarne una commissione del 6%, cioè una cresta da spartire tra faccendieri russi (2%) ed emissari leghisti (4%). Così la Lega si sarebbe garantita un finanziamento illecito estero su estero di circa 65 milioni di dollari per la campagna elettorale delle Europee del 26 maggio 2019: tutta manna dal cielo, viste le “casse vuote” del partito dopo la condanna per i 49 milioni di euro di finanziamenti pubblici rubati o comunque spariti. La conversazione è stata registrata non si sa bene da chi, ma molto probabilmente da un russo (uno dei presenti o qualche spione o cimice), a meno che Savoini non sia stato tradito da uno dei due amici italiani. Infatti l’audio è finito alla redazione del sito americano Buzzfeed, alcuni mesi dopo che la notizia del colloquio e del suo contenuto era giunta all’Espresso.

Lo scoop del settimanale italiano, meno dettagliato, era uscito il 2 marzo, dopo la repentina svolta filo-americana della Lega salviniana, da sempre ritenuta la quinta colonna di Putin in Italia. Ora il secondo scoop, con tutti i particolari, esce in America e fa il giro del mondo proprio all’indomani della visita a Washington di Salvini e di quella a Roma di Putin, che gli ha ricordato pubblicamente la vecchia amicizia, ma con scarsi risultati, visto che ormai il Carroccio si è legato mani e piedi agli Usa. Al momento, nessuno può dimostrare che l’affare si sia concluso, anzi è probabile che si sia inceppato (l’Eni, citata come destinataria delle forniture petrolifere, smentisce tutto e annuncia querele). Idem per la mazzettona concordata dai russi e dai misteriosi Luca e Francesco (il loro amico Savoini vola alto e fa propaganda sulla svolta storica della Lega che cambierà l’Europa con un nuovo New Deal targato Mosca). Ma la Procura di Milano ha aperto un’indagine fin dallo scoop dell’Espresso per corruzione internazionale: che è reato, come quella domestica, anche quando è soltanto tentata. Salvini ha annunciato querele e giurato che la sua Lega non ha mai ricevuto “un centesimo di rublo né un goccio di vodka”.

Ma, a parte il fatto che qui si parla di dollari, non può certo cavarsela con qualche battuta da Cazzaro Verde. Qui la faccenda è seria, serissima, anche se non fosse girato neppure un cent, checché ne dicano la presidente del Senato Casellati (“pettegolezzi”) e i giornali che spacciano lo scandalo per l’ennesima “lite M5S-Lega” (il Messaggero). E le domande a cui il segretario della Lega, nonché vicepremier, nonché ministro dell’Interno, deve rispondere per un elementare dovere di trasparenza sono parecchie.

1. Chi sono il Luca e il Francesco che accompagnano Savoini in Russia a metà ottobre al seguito di Salvini? Noi non possiamo saperlo, ma Savoini lo sa e, visti i rapporti strettissimi con lui, anche Salvini può e deve saperlo. Ieri la sua portavoce ci ha risposto che non conosce i loro cognomi: può Salvini domandarli a Savoini, renderli pubblici e spiegare quale ruolo ricoprono nella Lega, e qual è quello di Savoini, visto che tutti e tre parlavano a nome del partito?

2. Chi intende querelare esattamente Salvini, in presenza di quell’audio? Savoini e i due compari che parlano a nome della Lega, o i giornalisti che raccontano doverosamente quell’incontro e pongono legittime domande?

3. Sia la Lega sia Savoini sostengono che né Salvini né altri dirigenti hanno mai incaricato nessuno di trattare finanziamenti russi al partito. Ma purtroppo risulta dall’audio che i tre l’hanno fatto. Quanti faccendieri come loro si agitano nel mondo leghista, magari per acquisire benemerenze presso il capo? Salvini può garantire che non esistono conti esteri in qualche modo riferibili alla Lega o a suoi intraprendenti emissari come i tre del Metropol?

4. Salvini ribadisce che Savoini non ha mai agito in nome e per conto suo né della Lega. E allora perché se l’è portato appresso come membro ufficiale della sua delegazione in tutti i suoi viaggi a Mosca, prima da eurodeputato e poi da vicepremier, così come alla cena di gala offerta dal premier Conte a Putin a Villa Madama il 4 luglio scorso?

5. Per escludere qualunque passaggio occulto di denaro, la Lega invita a controllare online i bilanci del partito e i suoi conti bancari da tempo sotto la lente di diverse Procure. Ma chi prende mazzette non le registra a bilancio, né le infila nei suoi conti ufficiali, dunque la prova è deboluccia. Può dirci Salvini quanto ha speso la Lega per l’intera campagna per le Europee e con quali fondi l’ha saldata?

6. Quando Salvini partì per Mosca a metà ottobre, si apprese che si sarebbe imbarcato con lui anche Massimo Casanova, patron del “Papeete Beach” di Milano Marittima dove l’amico Salvini trascorre le vacanze estive, poi candidato dalla Lega alle Europee e ora eurodeputato. Ora Casanova conferma: che ci andava a fare, di preciso, in Russia?

7. Dopo lo scoop dell’Espresso, Savoini dichiarò al giornale filorusso Sputnik di non aver mai partecipato all’incontro del 18 ottobre al Metropol, mentre ora dopo la diffusione degli audio ammette che c’era anche lui, anche se comicamente “non si riconosce” nelle sue parole registrate. Salvini gli ha chiesto lumi sul colloquio, ora che ne conosce le parole precise? E qual è la sua esatta ricostruzione dei fatti, al di là del giuramento di non aver preso soldi? Può pubblicare l’agenda completa dei suoi impegni a Mosca nel pomeriggio-sera del 17 ottobre, dopo il discorso alla Confindustria, per dissipare i sospetti su quel lungo “buco” temporale?

8. Molti leghisti gridano al complotto e alla trappola, ricordando le analogie col tranello in cui cadde il vicecancelliere austriaco Christian Strache, costretto a dimettersi alla vigilia delle Europee per un video che lo immortalava mezzo ubriaco in una villa di Ibiza mentre prometteva appalti alla (finta) nipote di un miliardario russo in cambio di tangenti al suo partito nazionalista. Ma, anche se ci fosse un complotto russo, sarebbe un bel guaio non solo per Salvini e per la Lega, ma per l’Italia e per il suo governo: significherebbe che i russi, infuriati per la repentina conversione della Lega da filo-Putin a filo-Trump, stanno facendo uscire notizie (per giunta vere) contro la Lega. Che così avrebbe reso ricattabile il nostro governo. Salvini sta conducendo indagini interne presso i suoi mediatori con Mosca, per garantire che i russi non posseggano altre armi di ricatto o di vendetta contro la Lega, che si ritorcerebbero inevitabilmente sul governo italiano?

9. Tornato dal viaggio a Mosca, il 24 ottobre Salvini fu convocato dall’ambasciatore americano a Roma, e da allora divenne un soldatino obbediente agli Usa sulla Via della Seta, il Venezuela, l’Iran ecc. C’è qualcosa che non sappiamo di quel colloquio riservato in ambasciata? La piroetta diplomatica da Putin a Trump ha comunque finito col rendere Salvini inaffidabile sia per l’uno sia per l’altro partner, per non parlare dell’Unione europea. Con le conseguenze facilmente immaginabili sulla credibilità internazionale del nostro governo. Non sarebbe il caso che il ministro dell’Interno si limitasse d’ora in poi a fare il ministro dell’Interno, evitando incursioni e interferenze nella politica internazionale e lasciando che se ne occupi chi è deputato a farlo, cioè il premier Conte e il ministro degli Esteri Moavero?

10. Quello russo è il terzo scandalo che coinvolge la Lega e imbarazza il premier e gli alleati da quando è tornata al governo, dopo il sequestro di tutti i conti del partito alla ricerca dei 49 milioni scomparsi e l’indagine sul trio Siri-Arata-Nicastri (per non parlare della condanna di Rixi). Non è venuto il momento che Salvini si scusi con i 5Stelle, con il premier, con gli elettori leghisti e con tutti gli italiani?

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