Caro amico, ti prescrivo – Il Fatto Quotidiano

Approfittando delle vacanze di fine anno, il Pd ha fondato una nuova corrente del pensiero giuridico: il dadaismo penale. Il merito va al responsabile giustizia Walter Verini, che ha presentato alla stampa una proposta di legge per riesumare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, con qualche stop qua e là, e abrogare la norma della Spazzacorrotti che la cancella per i reati commessi dal 1° gennaio 2020. Voi direte: altro che dadaismo, questo è berlusconismo. Certo, lo sarebbe se il Pd facesse come tutti i partiti del mondo quando presentano una proposta di legge: la mettesse ai voti in Parlamento per farla approvare. Invece Verini avverte: “Non vorremmo che fosse utilizzata”. Che teneri. È il primo caso di legge retrattile della storia del parlamentarismo mondiale. Forse è stata scritta con l’inchiostro simpatico, oppure su carta esplosiva che si autodistrugge dopo qualche giorno. O magari, anziché depositarla alle Camere, Verini la tiene in tasca, per poter rispondere a chi gli chiede della prescrizione: “Ce l’ho nella giacca, cosa credi, prima o poi quelli mi sentono!”.

Cosa induca questi buontemponi a coprirsi di vergogna e di ridicolo, contestando a parole una delle leggi più popolari della storia, che piace a tutti gli elettori della maggioranza e persino alla maggior parte di quelli d’opposizione (incluso il lombrosario di FI), non è dato sapere. Infatti Salvini non ne parla mai, almeno in pubblico, ben sapendo che la parola “prescrizione” è la più impopolare e detestata d’Italia, più ancora di “Renzi”. Probabilmente il Pd deve fare per forza ammuina, per dimostrare qualcosa alle lobby retrostanti: tipo quella degli avvocati scarsi che, non riuscendo a vincere i processi, sperano almeno di pareggiarli. Quindi ostende la leggina a favore di telecamere, ma poi si guarda bene dal presentarla in Parlamento. Anche perché lì troverebbe subito i voti per approvarla: FI e Lega. Così il governo cadrebbe addosso al Pd, che poi dovrebbe spiegare agli eventuali elettori, nell’ordine: perché la prescrizione, da bandiera dei berlusconiani, è diventata la sua; perché, sulla giustizia, va d’amore e d’accordo con B.&Salvini; e perché vuol cancellare una norma più blanda di quella da esso stesso proposta fino a quattro anni fa, cioè il blocco della prescrizione al rinvio a giudizio. Dopodiché la legge verrebbe dichiarata incostituzionale, visto che prevede trattamenti diversi per i condannati e gli assolti in primo grado: la Consulta ha già detto che non si può, poiché l’art. 27 della Costituzione considera presunti non colpevoli sia i condannati sia gli assolti fino a sentenza definitiva.

La legge retrattile, già comica di suo, diventa irresistibile quando i giureconsulti pidini tentano di spiegarla: farfugliano di “equilibrio tra esigenza di giustizia e giusta durata dei processi” (e quanto dovrebbe durare esattamente un processo per essere “giusto”?). E raccontano la favoletta, pure questa copiata da B. e dagli avvocati scarsi, che senza prescrizione il processo dura in eterno. Ora, le cause della lunghezza dei processi italiani sono numerose e stranote, e fra queste c’è proprio l’aspettativa di prescrizione, che induce tutti gli imputati colpevoli a impugnare le condanne in appello e in Cassazione solo per allungare il brodo e farla franca. Come ha sempre fatto B., in compagnia degli imputati dei 120 mila processi che ogni anno si estinguono grazie al nostro sistema unico al mondo (eccetto la Grecia). Senza quell’aspettativa, i processi dureranno molto meno, anche perché se ne celebreranno molti meno (senza prescrizione, a molti colpevoli converrà patteggiare con lo sconto, specie se la condanna non supera la soglia-carcere di 4 anni). Se davvero il Pd volesse processi più rapidi, anziché contestare la blocca-prescrizione, proporrebbe nuove misure che eliminino le altre cause della giustizia lenta: depenalizzare i reati minori, per ridurre il numero dei processi; abolire il grado d’appello, in linea col sistema accusatorio vigente dal 1990, che in tutto il mondo prevede un giudizio di merito e uno di legittimità (salvo revisione in presenza di nuove prove); introdurre la reformatio in peius, che consente ai giudici d’appello di infliggere pene più alte di quelle appellate, scoraggiando le impugnazioni pretestuose; anticipare l’esecutività delle pene dopo il primo grado, onde evitare le impugnazioni per rinviarla fino al terzo; e votare subito la riforma del processo penale proposta da Bonafede a Salvini e poi al Pd, che fissa tempi certi per ogni grado di giudizio e comporta sanzioni disciplinari per i giudici che non li rispettano per colpa loro.

Ma l’allarme dei dadaisti dem per i processi lunghi è pura finzione. Altrimenti non avrebbero varato per vent’anni una raffica di leggi per allungarli vieppiù: da quella che, tra la fine delle indagini e l’udienza preliminare, ha infilato il ridicolo “deposito degli atti”, un quarto grado di giudizio che fa perdere mesi, a quella che ha sdoppiato il gip e il gup, costringendo due giudici al posto di uno a studiare le stesse carte. E avrebbero abolito almeno qualcuna delle leggi-vergogna di B., senza aspettare i 5Stelle. L’unico obiettivo è resuscitare la prescrizione, per i loro 219 inquisiti. Infatti, dopo aver mantenuto la Cirielli, la Cirami, il colpo di spugna su rogatorie e falsi in bilancio e completato il bavaglio sulle intercettazioni e il salva-evasori lasciati a metà da B., il Pd vuole smantellare l’unica legge in 25 anni che deberlusconizza la giustizia: la Spazzacorrotti. Ma non ha neppure il coraggio di gettare la maschera e mettere ai voti la sua porcatina. Spera che Bonafede o Conte o tutti e due s’inteneriscano e gliela regalino, gratis. Mai avremmo pensato di rimpiangere B. Ma questi gaglioffi riusciranno anche in quest’impresa.

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