Armiamoci e partiamo – Il Fatto Quotidiano

Capita così di rado che i partiti ne facciano una giusta, che quando accade va segnato sul calendario. Ieri la Camera ha approvato all’unanimità (461 sì e 0 no) l’emendamento sul revenge porn, presentato dalla relatrice M5S Stefania Ascari (recependo quelli di FI e centrosinistra) al ddl “Codice rosso” sulla violenza contro le donne, fra gli applausi della maggioranza giallo-verde e delle opposizioni. La Lega, che bloccava tutto con l’emendamento sulla castrazione chimica osteggiato dai 5Stelle, è stata una volta tanto responsabile e l’ha ritirato in nome della compattezza del governo. Risultato: quando la legge sarà passata anche al Senato, chiunque diffonda immagini o video di contenuto sessuale destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, sarà punito col carcere da 1 a 6 anni e una multa da 5 mila a 15 mila euro. Casi come quelli di Tiziana Cantone, ma anche di Giulia Sarti, saranno più facili da punire, anche se la strada per ripulire il web dai mostri che lo infestano è ancora lunga e accidentata. Un mese fa il Fatto si era appellato a tutti i partiti affinché accantonassero le contrapposizioni partigiane, che sono fisiologiche nella dialettica maggioranza-opposizione ma che non devono danneggiare i cittadini e non possono innescare campagne elettorali sulla pelle delle vittime, votando tutti insieme e alla svelta una norma condivisa. E aveva raccolto la disponibilità di tutti. Ieri il miracolo è avvenuto e siamo lieti di avervi un po’ contribuito.

Ora però sarebbe auspicabile la stessa unanimità attorno a un’altra legge che s’impone alla luce di un processo in corso a Torino. L’abbiamo raccontato ieri con una certa costernazione. Cinque italiani di gruppi anarchici e centri sociali – Davide Grasso, Maria Edgarda Marcucci, Jacopo Bindi, Fabrizio Maniero e Paolo Andolina – si erano arruolati volontari in Siria nella guerra all’Isis al fianco delle milizie curde, che combattono il terrorismo jihadista per conto o al fianco delle truppe occidentali e russe. Bindi l’ha fatto da volontario in una struttura civile, gli altri quattro hanno imbracciato le armi, con le Unità di protezione del popolo (Ypg) e delle donne (Ypj). Se fossero caduti in battaglia, li celebreremmo da eroi, come Giovanni Asperti e Lorenzo Orsetti. Invece son tornati vivi e son finiti in tribunale. Per fortuna non rischiano il carcere, ma la sorveglianza speciale, riservata ai soggetti “socialmente pericolosi” che “offendono o mettono in pericolo la sicurezza e l’incolumità pubblica”. La loro presunta pericolosità, secondo la Procura di Torino, deriva da due fattori.

Non solo l’addestramento militare fuori dai confini, ma anche il fatto che in passato i cinque si erano “resi responsabili di condotte violente nei confronti delle forze dell’ordine” nelle manifestazioni No Tav. E ora potrebbero “utilizzare le tecniche militari di combattimento” imparate contro l’Isis per “le lotte antisistema” in Italia. Il Tribunale scioglierà la riserva entro tre mesi, e non vorremmo essere nei panni di quei giudici. Perché questo dibattimento, per quanto legittimo e obbligato dalle leggi attuali, somiglia tanto ai processi alle intenzioni. Nessuno deve restare impunito se picchia il prossimo o resiste a un arresto: ma i cinque, per i loro precedenti penali di resistenza a pubblico ufficiale e reati affini, sono già stati giudicati e in qualche caso condannati. Che senso ha riprocessarli perché potrebbero rifarlo in futuro? Se lo faranno, sarà giusto che tornino in tribunale. Ma, finché non lo fanno (pare che non posseggano armi, ma non è difficile accertarlo), devono poter vivere liberamente come ogni cittadino normale. Anzi meriterebbero elogi ed encomi pubblici per avere avuto il fegato di andare a rischiare la pelle contro l’Isis sul campo di battaglia, dando una lezione di coraggio e di coerenza a un Occidente imbelle e ipocrita, che la lotta al terrorismo la fa a parole e col culetto al caldo in poltrona, delegando le guerre per procura ai curdi, ai droni e ai cacciabombardieri senza pilota, nella migliore tradizione dell’“armiamoci e partite”. Davide, Maria Edgarda, Jacopo, Fabrizio e Paolo han scelto l’“armiamoci e partiamo” e già soltanto per questo meritano la nostra gratitudine.

Purtroppo una legge italiana, che più demenziale non si può, non fa alcuna distinzione tra i foreign fighter che hanno combattuto con l’Isis e contro l’Isis. Come se prendere le armi, anche per una giusta causa, fosse sempre un comportamento criminale. Come se la nostra Repubblica e la nostra Costituzione non fossero fondate sulla Resistenza al nazifascismo, che fu sconfitto non a colpi di margherite, ma a suon di bombe (angloamericane) e di mitra (degli Alleati e dei partigiani). In base a questa legge, per coerenza, bisognerebbe revocare le decorazioni ai 3-4 mila volontari italiani antifascisti (anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani) che dal novembre 1936 al maggio 1937 combatterono in Spagna a fianco della Resistenza repubblicana contro le truppe del generalissimo Francisco Franco (sostenute dalle milizie del Duce). La Colonna Italiana, poi ribattezzata Battaglione Garibaldi, schierava il meglio dell’antifascismo italiano: dai comandanti Carlo Rosselli (“Oggi in Spagna, domani in Italia”) e Randolfo Pacciardi (“Per me la Spagna non è una terra: è un’idea”) ad altre storiche figure e sigle come Mario Angeloni, Camillo Berneri, Giuseppe Bifolchi e Giustizia e Libertà. Altri tempi, altre esperienze, certo. Ma i cinque resistenti moderni contro l’Isis non meritano un processo. Semmai una medaglia. O almeno una legge che riconosca il loro coraggio: dopo tante leggi ad personam che hanno cancellato processi sacrosanti, sarebbe la prima che evita un processo ingiusto.

Sorgente: Armiamoci e partiamo – Il Fatto Quotidiano

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