Almeno scusatevi – Il Fatto Quotidiano

Il 23 gennaio 2009 il Fatto non esisteva ancora, se non nella mente e nelle speranze di un pugno di giornalisti stufi della censura e dell’autocensura dei giornaloni. Chi scrive collaborava ancora con l’Unità. E raccontò in beata solitudine la storia di Gabriella Nuzzi, la pm di Salerno appena punita dal Csm insieme al collega Dionigio Verasani e al suo procuratore Luigi Apicella. Quest’ultimo fu sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e se ne andò in pensione, mentre i due giovani pm furono cacciati da Salerno – su richiesta del cosiddetto ministro Angelino Alfano e fra gli applausi del presidente Giorgio Napolitano e del suo degno vicepresidente Nicola Mancino – col divieto di svolgere mai più le funzioni inquirenti. La stessa gogna era toccata pochi mesi prima a Luigi De Magistris per le sue indagini sul malaffare a Catanzaro. Nuzzi e Verasani pagarono quelle sulle denunce di De Magistris contro chi gli aveva scippato le inchieste in Calabria, ma anche su quel giglio di campo di Vincenzo De Luca. Il Csm li definì “eversivi” e le loro indagini “finalizzate alla destabilizzazione e all’eversione dell’istituzione dello Stato”. Invece non avevano fatto che il proprio dovere, sequestrando un mese prima a Catanzaro le carte dell’inchiesta Why Not negate da mesi dai colleghi calabresi (che si ribellarono con una controindagine illegale e un controsequestro eversivo: due atti spacciati da Napolitano e dai giornaloni per uno “scontro fra Procure”).

Il presidente dell’Anm, anziché difenderli, si felicitò col plotone di esecuzione di Palazzo dei Marescialli per la “risposta sollecita” a una “pagina nera” della storia della magistratura e perché “il sistema ha dimostrato di avere gli anticorpi”. Così, quel 23 gennaio di dieci anni fa Gabriella Nuzzi, privata delle funzioni, umiliata e costretta a emigrare a Latina col figlio appena nato, scrisse una lettera al presidente dell’Anm per dimettersene. Il presidente era Luca Palamara, già leader dei centristi di Unicost. Ma anche il segretario Giuseppe Cascini, progressista di Md, e i conservatori di MI si unirono ai festeggiamenti per la fucilazione dei tre colleghi “rei” di indagare secondo la Costituzione. Nel novembre scorso la Corte d’appello di Salerno ha confermato la bontà della loro indagine sullo scippo illecito dei fascicoli Why Not e Poseidone dalle mani di De Magistris da parte dei superiori, legati a filo doppio agli imputati chiave: un abuso d’ufficio, ormai prescritto, commesso dall’allora procuratore aggiunto Murone, dall’allora Pg Favi, i parlamentari FI Pittelli e Galati, il ras della Compagnia delle Opere Antonio Saladino.

In un paese serio, quei pm verrebbero reintegrati e risarciti con tante scuse. Invece, curiosamente, contro i provvedimenti del Csm non c’è possibilità di revisione. Qualcuno potrebbe almeno scusarsi, ma nessuno lo fa. Ora Gabriella Nuzzi ha rilasciato una bella intervista al sito di Micromega, squarciando il velo d’ipocrisia che avvolge lo scandalo Palamara-Lotti-Ferri-Csm: “Sorprende che ci sia voluto un trojan nel cellulare di Palamara (peraltro attivo solo pochi giorni) per ‘scandalizzare’ le correnti e porle di fronte alle macerie di un disastro che, assai colpevolmente, hanno contribuito a provocare”. Oggi Cascini, membro del Csm sempre per Md, tuona contro la “nuova P2”. Ma nel 2009 partecipava con Palamara alla fucilazione dei tre colleghi che pestavano i piedi sbagliati. Sai le risate se allora un Trojan fosse stato inoculato nel cellulare di Palamara, o di un altro capocorrente, o di un membro del Csm. Avrebbe immortalato trame ben più gravi, dal Quirinale in giù, di quelle che oggi scandalizzano tanti tartufi: perché non si parlava di nominare tizio o caio alla Procura di Roma, ma di stroncare la carriera a chiunque si azzardasse a mettere il naso nei santuari politico-affaristico-massonici della Calabria. Prima De Magistris, poi i tre pm di Salerno, infine la gip milanese Clementina Forleo che aveva osato difenderli in tv. Del resto, nel 2012, appena la Procura di Palermo intercettò i telefoni di Nicola Mancino, ex numero 2 del Csm sospettato di falsa testimonianza sulla Trattativa, si imbatté nei suoi traffici con Napolitano, il consigliere giuridico del Quirinale e due Pg della Cassazione per dirottare l’inchiesta Stato-mafia lontano da Palermo.

Purtroppo nessuna intercettazione coincise con altre pagine nere del Csm e della magistratura associata: altrimenti avremmo ascoltato in diretta i diktat di Napolitano sul contrasto fra il procuratore milanese Edmondo Bruti Liberati e l’aggiunto Alfredo Robledo, affinché il Csm cacciasse quello sbagliato: cioè Robledo. O quelli per punire i “colpevoli” dell’inchiesta Trattativa, Francesco Messineo e Nino Di Matteo. O per cancellare il voto del Csm che aveva osato votare il candidato più titolato alla Procura di Palermo, Guido Lo Forte, anziché il più “affidabile” Franco Lo Voi. E le pronte obbedienze a 90 gradi delle correnti di destra, centro e sinistra, sempre appecoronate ai piedi del Colle. Tutte queste vergogne non portano soltanto la firma di Palamara, comodo parafulmine per scaricare tutti gli scandali, come se avesse fatto tutto da solo. Ma anche quelle degli altri papaveri togati, sempre usi a trasvolare dall’Anm al Csm ai vertici di Procure, Tribunali e Cassazione senza soluzione di continuità. E a obbedire agli ordini della politica e del Quirinale, con tanti saluti all’indipendenza e all’autogoverno della magistratura. Noi, che passiamo per difensori d’ufficio delle toghe, siamo orgogliosi di averli sempre bastonati. E di aver sempre difeso chi, come Gabriella Nuzzi, indaga senza guardare in faccia nessuno. Il Fatto è nato ed esiste anche per questo.

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