3 anni da buttare – Il Fatto Quotidiano

Ci voleva il gup Clementina Forleo per sistemare in un colpo solo la Procura di Roma, il sistema renziano e i sottostanti giornaloni. Chi legge il Fatto non ne sarà stupito, visto che il caso Consip l’abbiamo sempre raccontato per quello che è: una doppia, gigantesca trama per pilotare il più grande appalto d’Europa in cambio di tangenti promesse al padre di Renzi e al suo galoppino; e poi, scoperti quei traffici dai pm napoletani Woodcock e Carrano e dal Noe, per rovinare l’indagine con fughe di notizie dal Giglio Magico ai trafficoni che smisero di trafficare e persino di parlare, facendo sparire le microspie da Consip. Chi invece seguiva lo scandalo sui tg e i giornali, si era fatto l’idea che pm e carabinieri eversivi avessero cospirato col Fatto per rovesciare il governo Renzi a colpi di false accuse, false intercettazioni, falsi verbali e false notizie contro quel martire di babbo Tiziano. Ora l’ordinanza del gup, che rinvia a giudizio i renziani Lotti, Vannoni, Russo e i generali Del Sette e Saltalamacchia per le soffiate sull’inchiesta, ma soprattutto proscioglie l’ex capitano Scafarto dalle accuse di falso e depistaggio, spazza via la più colossale fake news politico-giudiziaria mai vista dai bei tempi di Ruby nipote di Mubarak.

Lo scandalo Consip, come aveva ben capito la Procura di Napoli, erano le trame sugli appalti e le soffiate sull’indagine, non certo gli errori in buona fede di Scafarto né gli scoop di Marco Lillo, come volevano far credere la Procura guidata da Pignatone e i suoi house organ, più impegnati a indagare su chi aveva indagato e informato che su chi aveva trafficato. Ora qualcuno, se proprio non riesce a vergognarsi, dovrebbe almeno scusarsi. Scafarto, che coordinava l’indagine del Noe, fu scippato dell’inchiesta, poi indagato e addirittura interdetto dall’Arma: tutto perché, in un’informativa con migliaia d’intercettazioni, aveva invertito i nomi dell’imprenditore Romeo e del consulente Bocchino. Quella svista, che ora il gup giudica “sicuramente involontaria” (le trascrizioni erano corrette e l’ufficiale raccomandò ai suoi di rileggerle per evitare errori), gli costò l’accusa di falso e depistaggio e la fama di taroccatore di prove per “incastrare” direttamente Tiziano e indirettamente Matteo. I giornaloni abbandonarono i condizionali sempre usati per Lotti e babbo Renzi (anche su fatti assodati) e passarono all’indicativo, dando per certo il dolo del capitano. Repubblica titolò: “Due carte truccate”, “Così hanno manipolato le carte per coinvolgere Palazzo Chigi”. Ed evocò addirittura “la sentina dei giorni peggiori della storia repubblicana”.

Tipo il piano Solo, il golpe Borghese, la strategia della tensione, la P2. Carlo Bonini sentenziò che Scafarto “ha costruito consapevolmente due falsi”, una “velenosa polpetta” per incastrare i Renzis e “alimentare una campagna di stampa che, con perfetta sincronia e sapiente ‘fuga di notizie’ (lo scoop del Fatto, ndr)” doveva costringere la povera Procura di Roma a seguire quella deviata di Napoli. Le stesse fandonie uscirono quando Lillo fu indagato per violazione di segreto in combutta con Woodcock e la Sciarelli (poi prosciolti con tante scuse, anzi senza). Non contenta, Repubblica (col Corriere e il Messaggero) pubblicò un verbale taroccato del procuratore di Modena Lucia Musti contro Scafarto e il capitano Ultimo, che le avrebbero intimato di “far esplodere la bomba” Consip per “arrivare a Renzi”. Poi si scoprì che la Musti aveva detto tutt’altro. Da allora Renzi grida alla congiura contro il suo governo (peraltro caduto da solo, dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre 2016, due settimane prima dello scoop del Fatto): “Lo scandalo Consip è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier. Io lo so bene chi è il mandante”. E i migliori cervelli del Pd a ruota. Orfini: “Questo è il Watergate italiano, un caso di eversione, un attacco alla democrazia”. Zanda, Fassino, Nencini e il duo Andrea Romano-Mario Lavia: “Complotto”. E l’allora direttore di Repubblica, con grave sprezzo del ridicolo: “L’idea che sia possibile disarcionare un primo ministro o chiudere una carriera politica attraverso la manipolazione di intercettazioni e un uso sapiente delle rivelazioni ai giornali è sconvolgente… Resta la necessità di liberare le istituzioni da pezzi di apparati che, come troppe volte nella storia d’Italia, agiscono in modo deviato ed eversivo”. Parole degne di Sallusti, Feltri e Belpietro sui processi a B.: dalle “intercettazioni a strascico” alla giustizia a orologeria di Woodcock e Scafarto che nel “dicembre 2016, un mese politicamente decisivo per il Paese… decidono i tempi” e imbeccano il Fatto, che “avvisa della tempesta che sta per succedere… perché la bomba scoppi”.
Poi la bomba si rivela un’autobomba del Bomba. Il Watergate, un Water closed. Il Piano Solo, un Piano Sòla. E ora il gup scrive che gli unici depistaggi “volti a impedire il regolare corso delle indagini” sono quelli di “ambienti istituzionali vicini all’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi”. Ma intanto il polverone ha sortito i suoi effetti, dirottando l’attenzione generale dal vero scandalo Consip a quello falso, consacrando i dogmi dell’Immacolato Pignatone e del peccato originale napoletano, e fiancheggiando la sterilizzazione dell’indagine. Che, per fortuna, è stata sventata dai due gip: la Forleo ha prosciolto Scafarto (salvo ricorsi dei pm in appello); e Gaspare Sturzo ha respinto la richiesta d’archiviazione per Tiziano e Romeo. Intanto si son persi tre anni: l’ordinanza di ieri riporta le lancette dell’orologio al Natale 2016, quando l’indagine passò da Napoli a Roma. Tutto quel che è stato fatto, detto e scritto da allora è carta straccia. Come ha sempre sostenuto il Fatto, in beata solitudine.

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